In questa festa del 1° maggio 2012
caratterizzata da un tempo inclemente, curiosando tra i milioni di post
pubblicati nei molteplici social network, due di questi catturano la mia
attenzione.
Il primo è un epitaffio che
annuncia lutto nazionale per la scomparsa del 1° Maggio spentosi serenamente
dopo una lunga malattia circondato dall’affetto dei compagni più cari. La commemorazione si svolgerà in tutti i
centri commerciali.
Eh già, il lavoro è merce che
scarseggia perché continuare a festeggiarlo? Tanto vale farsi un giro per i
centri commerciali aperti a fare shopping. E’ un’opportunità in più che i
nostri amministratori danno a chi ha ancora un’occupazione. Loro possiedono
fior fiore di dottorati in economia per portare il nostro paese fuori dalla
crisi.
L’idea di
festeggiare il lavoro nacque nel lontano 20 luglio del 1889 al congresso della
Seconda internazionale a Parigi. Antichi rivoluzionari che sognavano di
organizzare a una data stabilita una manifestazione simultanea in tutti i Paesi
dove i lavoratori chiedevano alle pubbliche autorità di ridurre per legge la
giornata lavorativa a otto ore. L’esperimento funzionò nonostante le
repressioni e i divieti di manifestare. Il
1° maggio 1898 coincise con la fase più acuta dei "moti per il pane",
che investì tutta Italia ed ebbero il loro tragico epilogo a Milano. Nei primi
anni del Novecento il 1° maggio si caratterizzò anche per la rivendicazione del
suffragio universale e poi per la protesta contro l'impresa libica e contro la
partecipazione dell'Italia alla guerra mondiale. Il 1°maggio 1919 i
metallurgici e altre categorie di lavoratori poterono festeggiare il
conseguimento dell'obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore. Nel volgere di due anni però la situazione mutò
radicalmente: Mussolini al potere proibì la celebrazione del 1° maggio.
Durante il fascismo la festa del lavoro fu spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto Natale di Roma. Così snaturata, essa non disse più niente ai lavoratori, mentre il 1° maggio assunse una connotazione quanto mai "sovversiva", divenendo occasione per esprimere in forme diverse - dal garofano rosso all'occhiello alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alle bevute in osteria - l'opposizione al regime.
Durante il fascismo la festa del lavoro fu spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto Natale di Roma. Così snaturata, essa non disse più niente ai lavoratori, mentre il 1° maggio assunse una connotazione quanto mai "sovversiva", divenendo occasione per esprimere in forme diverse - dal garofano rosso all'occhiello alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alle bevute in osteria - l'opposizione al regime.
A cosa serve in fondo oggi la
festa del 1° Maggio? Il lavoro
scarseggia, la tassazione aumenta, i diritti acquisiti si stanno piano piano
assottigliando, ma ci sono i nostri amministratori che pensano a tutto, hanno
la ricetta giusta per fare stare sereni noi e le generazioni future. Sanno come
tenere a bada spread, PIL, sanno gestire la spending review e probabilmente fra
qualche anno questa festa sarà sostituita dalla “Pasqua dello Spread”, il
grande fratello di questo nuovo millennio.
L’altro post che sensibilizza la
mia attenzione è un articolo dedicato a una delle maggiori aziende Italiane,
uno dei fiori all’occhiello della nostra industria, quella delle pubblicità
romantiche che quando in qualsiasi parte del mondo ti trovi la vista di un suo
prodotto ti fa sentire a casa: La Barilla.
Parte dalla rete la
protesta contro l’Impresa di prodotti alimentari più famosa d’Italia: la
Barilla.
L’azienda, non più
italiana ma americana, usa grano con tassi di micotossine altissimo, e quindi
ammuffito, derivante da lunghi stoccaggi, al prezzo più basso possibile.
Ma perché accade ciò?
La storia risale al
2006 quando l’Unione Europea decise di alzare i livelli di micotossine presenti
nel grano duro in modo che anche gli altri paesi, con climi più sfavorevoli,
potessero produrlo. Una decisione basata su fini puramente commerciali. Oltre
ad impoverire la qualità dei prodotti, infatti, la manovra rappresentò un duro
colpo per i contadini del Sud Italia. Quest’ultimi, il cui grano non conteneva
micotossine poiché lavorato naturalmente, furono meccanicamente esclusi dal
mercato europeo.
Il discorso però era,
ed è, diverso per i paesi d’oltreoceano. Per l’esportazione del prodotto in Usa
e in Canada i parametri cambiano. In questo caso il grano deve avere un tasso
di micotossine pari alla metà di quello accettato dalla UE per le importazioni.
I prezzi internazionali
del grano duro di riflesso sono crollati, circostanza favorevole per i
commercianti italiani ed i monopolisti internazionali che hanno potuto
acquistare il grano al prezzo più basso possibile dai contadini meridionali,
messi alle strette dalle direttive europee. Questi stessi imprenditori hanno
esportato poi il grano italiano migliore all’estero, lucrando sul prezzo, per
poi portare da noi prodotti realizzati con il grano ammuffito, accumulatosi nei
depositi, e radioattivo.
Mi appassiono all’argomento e
inizio le ricerche su questa storica industria. Con piacere scovo in rete un
comunicato della Barilla che risponde così agli attacchi della rete:
La pasta Barilla è del tutto conforme alla normative e
prodotta con grano duro eccellente, e sicuro. Barilla non utilizza materie
prime geneticamente modificate e i livelli di micotossine o contaminanti sono
sempre ampiamente al di sotto dei limiti fissati dalle normative sulla
Sicurezza Alimentare, a loro volta già assolutamente protettivi per la salute
delle persone.
Il grano duro, infatti, è l’ingrediente principale per
una pasta di qualità e al dente e per questo Barilla investe tantissime risorse
sulla ricerca e la selezione di questa materia prima e ha sviluppato da tempo attività e progetti sulla filiera, dal seme alla tavola:
Per selezionate varietà di grani, in Italia, Barilla
da oltre 15 anni gestisce direttamente la semina, la coltivazione, la raccolta
e lo stoccaggio del grano duro. Inoltre, tutti i nostri fornitori sono
accuratamente selezionati e sottoposti a continui controlli che partono dal
campo e continuano al momento del ricevimento del grano al mulino, e dopo la
macinazione con la certificazione delle semole in uscita.
Per quanto riguarda l’origine del grano, poiché
Barilla è il maggiore produttore di pasta al mondo e il più grande
utilizzatore di semola di grano duro (oltre 1,400,000 tonnellate
trasformate all’anno), la produzione nazionale non sarebbe sufficiente per
coprire il fabbisogno sia qualitativo che quantitativo per la produzione della
nostra pasta. Considerato anche la variabilità annuale nelle rese del grano
duro, è quindi necessario miscelare opportunamente diversi grani sotto forma di
semola in modo da garantire elevati e costanti standard qualitativi.
Per alimentare i poli produttivi
italiani, quindi Barilla utilizza semole che provengono per oltre il 70% da
grani italiani. Sono circa 30.000 gli agricoltori che coltivano grano
per Barilla in Italia. Per il restante 30% ci approvvigioniamo
principalmente dal Nord America. I grani esteri acquistati sono
attentamente selezionati con caratteristiche qualitative eccellenti e con una
completa garanzia di sicurezza alimentare.
Come noto
il nostro Paese non è autosufficiente nella produzione del grano ma è leader
del grano duro assieme a Turchia e Canada.
Questo
avvalora l’approvvigionamento di Barilla del 30% del fabbisogno di semole
provenienti dal Nord America.
Tuttavia
l’idea che Barilla, la pasta Italiana per eccellenza, abbia rinunciato al
passaporto Nazionale m’indispettisce. Cerco il sito ufficiale dell’Azienda,
entro nella loro struttura e con sollievo leggo che è tutt’oggi capitanata
dalla quarta generazione della famiglia Barilla.
Possiede
43 siti produttivi (13 in Italia e 30 all’estero), tra cui 9 mulini gestiti
direttamente, che forniscono gran parte della materia prima occorrente per le
proprie produzioni di pasta e di prodotti da forno.
Le
industrie per garantire maggior introiti agli azionisti o semplicemente per
esportare in altri Paesi sono costrette a compromessi come fondare siti
produttivi in loco.
Chi
decide di investire nel nostro Paese ha questi vincoli? I vari Ministri che
vanno in giro per il mondo a cercare investitori, cosa offrono e quali vincoli
pongono?
Perché
nelle commissioni Europee non difendono la nostra economia?
Chi c’è
dietro a quelle Società che giocano con i tassi d’interesse, scherzano
sull’affidabilità di un Paese tanto da mandarli a rischio di bancarotta?
E’ il
mondo finanziario? Sono quegli anonimi signori che non producono nulla, se ne
stanno silenziosi dietro un computer e in giornate negative bruciano miliardi
ma quando comprano un’azione, deve sempre rendere il doppio?
E’ la
finanza “creativa” che ha favorito l’esodo di miliardi in “paradisi fiscali”?
Che cosa
fa la politica nei confronti di questo “Dittatore del secondo millennio”?
Sarebbe
bello se il 1° Maggio del 2013 si manifestasse affinché i governi pongano
limiti e regole a questo “Astratto Dittatore”. Chissà… forse come avvenne per
le 8 ore del 1° Maggio del 1889, nel 2033 si potrà festeggiare la caduta del
Grande Dittatore del XX secolo.