mercoledì 2 maggio 2012

IL DITTATORE

In questa festa del 1° maggio 2012 caratterizzata da un tempo inclemente, curiosando tra i milioni di post pubblicati nei molteplici social network, due di questi catturano la mia attenzione.
Il primo è un epitaffio che annuncia lutto nazionale per la scomparsa del 1° Maggio spentosi serenamente dopo una lunga malattia circondato dall’affetto dei compagni più cari.  La commemorazione si svolgerà in tutti i centri commerciali.
Eh già, il lavoro è merce che scarseggia perché continuare a festeggiarlo? Tanto vale farsi un giro per i centri commerciali aperti a fare shopping. E’ un’opportunità in più che i nostri amministratori danno a chi ha ancora un’occupazione. Loro possiedono fior fiore di dottorati in economia per portare il nostro paese fuori dalla crisi.
L’idea di festeggiare il lavoro nacque nel lontano 20 luglio del 1889 al congresso della Seconda internazionale a Parigi. Antichi rivoluzionari che sognavano di organizzare a una data stabilita una manifestazione simultanea in tutti i Paesi dove i lavoratori chiedevano alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore. L’esperimento funzionò nonostante le repressioni e i divieti di manifestare. Il 1° maggio 1898 coincise con la fase più acuta dei "moti per il pane", che investì tutta Italia ed ebbero il loro tragico epilogo a Milano. Nei primi anni del Novecento il 1° maggio si caratterizzò anche per la rivendicazione del suffragio universale e poi per la protesta contro l'impresa libica e contro la partecipazione dell'Italia alla guerra mondiale. Il 1°maggio 1919 i metallurgici e altre categorie di lavoratori poterono festeggiare il conseguimento dell'obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore. Nel volgere di due anni però la situazione mutò radicalmente: Mussolini al potere proibì la celebrazione del 1° maggio.
Durante il fascismo la festa del lavoro fu spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto Natale di Roma. Così snaturata, essa non disse più niente ai lavoratori, mentre il 1°  maggio assunse una connotazione quanto mai "sovversiva", divenendo occasione per esprimere in forme diverse - dal garofano rosso all'occhiello alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alle bevute in osteria - l'opposizione al regime.
A cosa serve in fondo oggi la festa del 1° Maggio?  Il lavoro scarseggia, la tassazione aumenta, i diritti acquisiti si stanno piano piano assottigliando, ma ci sono i nostri amministratori che pensano a tutto, hanno la ricetta giusta per fare stare sereni noi e le generazioni future. Sanno come tenere a bada spread, PIL, sanno gestire la spending review e probabilmente fra qualche anno questa festa sarà sostituita dalla “Pasqua dello Spread”, il grande fratello di questo nuovo millennio.
L’altro post che sensibilizza la mia attenzione è un articolo dedicato a una delle maggiori aziende Italiane, uno dei fiori all’occhiello della nostra industria, quella delle pubblicità romantiche che quando in qualsiasi parte del mondo ti trovi la vista di un suo prodotto ti fa sentire a casa: La Barilla.
 Parte dalla rete la protesta contro l’Impresa di prodotti alimentari più famosa d’Italia: la Barilla.
L’azienda, non più italiana ma americana, usa grano con tassi di micotossine altissimo, e quindi ammuffito, derivante da lunghi stoccaggi, al prezzo più basso possibile.
Ma perché accade ciò?
La storia risale al 2006 quando l’Unione Europea decise di alzare i livelli di micotossine presenti nel grano duro in modo che anche gli altri paesi, con climi più sfavorevoli, potessero produrlo. Una decisione basata su fini puramente commerciali. Oltre ad impoverire la qualità dei prodotti, infatti, la manovra rappresentò un duro colpo per i contadini del Sud Italia. Quest’ultimi, il cui grano non conteneva micotossine poiché lavorato naturalmente, furono meccanicamente esclusi dal mercato europeo.
Il discorso però era, ed è, diverso per i paesi d’oltreoceano. Per l’esportazione del prodotto in Usa e in Canada i parametri cambiano. In questo caso il grano deve avere un tasso di micotossine pari alla metà di quello accettato dalla UE per le importazioni.
In questo modo è successo che:
I prezzi internazionali del grano duro di riflesso sono crollati, circostanza favorevole per i commercianti italiani ed i monopolisti internazionali che hanno potuto acquistare il grano al prezzo più basso possibile dai contadini meridionali, messi alle strette dalle direttive europee. Questi stessi imprenditori hanno esportato poi il grano italiano migliore all’estero, lucrando sul prezzo, per poi portare da noi prodotti realizzati con il grano ammuffito, accumulatosi nei depositi, e radioattivo.
Mi appassiono all’argomento e inizio le ricerche su questa storica industria. Con piacere scovo in rete un comunicato della Barilla che risponde così agli attacchi della rete:
La pasta Barilla è del tutto conforme alla normative e prodotta con grano duro eccellente, e sicuro. Barilla non utilizza materie prime geneticamente modificate e i livelli di micotossine o contaminanti sono sempre ampiamente al di sotto dei limiti fissati dalle normative sulla Sicurezza Alimentare, a loro volta già assolutamente protettivi per la salute delle persone.
Il grano duro, infatti, è l’ingrediente principale per una pasta di qualità e al dente e per questo Barilla investe tantissime risorse sulla ricerca e la selezione di questa materia prima e ha sviluppato da tempo attività e progetti sulla filiera, dal seme alla tavola:
Per selezionate varietà di grani, in Italia, Barilla da oltre 15 anni gestisce direttamente la semina, la coltivazione, la raccolta e lo stoccaggio del grano duro. Inoltre, tutti i nostri fornitori sono accuratamente selezionati e sottoposti a continui controlli che partono dal campo e continuano al momento del ricevimento del grano al mulino, e dopo la macinazione con la certificazione delle semole in uscita.
Per quanto riguarda l’origine del grano, poiché Barilla è il maggiore produttore di pasta al mondo e il più grande utilizzatore di semola di grano duro (oltre 1,400,000 tonnellate trasformate all’anno), la produzione nazionale non sarebbe sufficiente per coprire il fabbisogno sia qualitativo che quantitativo per la produzione della nostra pasta. Considerato anche la variabilità annuale nelle rese del grano duro, è quindi necessario miscelare opportunamente diversi grani sotto forma di semola in modo da garantire elevati e costanti standard qualitativi.
Per alimentare i poli produttivi italiani, quindi Barilla utilizza semole che provengono per oltre il 70% da grani italiani. Sono circa 30.000 gli agricoltori che coltivano grano per Barilla in Italia. Per il restante 30% ci approvvigioniamo principalmente dal Nord America. I grani esteri acquistati sono attentamente selezionati con caratteristiche qualitative eccellenti e con una completa garanzia di sicurezza alimentare.
 Decido di approfondire l’argomento produzione grano duro. Scopro che il maggior produttore di questo prodotto è il sud Italia, mentre il nord - nello specifico la pianura padana -  produce grano tenero, adatto per la pasta all’uovo che probabilmente dà  origine alla differenza dei consumi tra pasta secca al Sud e pasta all'uovo al Nord. 
Come noto il nostro Paese non è autosufficiente nella produzione del grano ma è leader del grano duro assieme a Turchia e Canada.
Questo avvalora l’approvvigionamento di Barilla del 30% del fabbisogno di semole provenienti dal Nord America.
Tuttavia l’idea che Barilla, la pasta Italiana per eccellenza, abbia rinunciato al passaporto Nazionale m’indispettisce. Cerco il sito ufficiale dell’Azienda, entro nella loro struttura e con sollievo leggo che è tutt’oggi capitanata dalla quarta generazione della famiglia Barilla.
Possiede 43 siti produttivi (13 in Italia e 30 all’estero), tra cui 9 mulini gestiti direttamente, che forniscono gran parte della materia prima occorrente per le proprie produzioni di pasta e di prodotti da forno.
Le industrie per garantire maggior introiti agli azionisti o semplicemente per esportare in altri Paesi sono costrette a compromessi come fondare siti produttivi in loco.
Chi decide di investire nel nostro Paese ha questi vincoli? I vari Ministri che vanno in giro per il mondo a cercare investitori, cosa offrono e quali vincoli pongono?
Perché nelle commissioni Europee non difendono la nostra economia?
Chi c’è dietro a quelle Società che giocano con i tassi d’interesse, scherzano sull’affidabilità di un Paese tanto da mandarli a rischio di bancarotta?
E’ il mondo finanziario? Sono quegli anonimi signori che non producono nulla, se ne stanno silenziosi dietro un computer e in giornate negative bruciano miliardi ma quando comprano un’azione, deve sempre rendere il doppio?
E’ la finanza “creativa” che ha favorito l’esodo di miliardi in “paradisi fiscali”?
Che cosa fa la politica nei confronti di questo “Dittatore del secondo millennio”?
Sarebbe bello se il 1° Maggio del 2013 si manifestasse affinché i governi pongano limiti e regole a questo “Astratto Dittatore”. Chissà… forse come avvenne per le 8 ore del 1° Maggio del 1889, nel 2033 si potrà festeggiare la caduta del Grande Dittatore del XX secolo.