giovedì 10 marzo 2011

L’UNITA’ D’ITALIA: COSA NE FACCIAMO?

Una bella mattina di metà Gennaio aprendo la posta del lavoro scorgo un comunicato: il 17 Marzo sarà considerata festività nazionale per celebrare i 150 anni di unità d’Italia. Questa giornata sarà compensata con la festa pagata del 4 Novembre.


Nonostante mi sia chiaro che non è una concessione speciale né dello stato né dell’Azienda, ma un semplice baratto tra una festività pagata con un giorno di riposo, resto favorevolmente impressionata.

Seppur dotata di scarso senso patriottico, trovo l’iniziativa dovuta a tutti quegli uomini che hanno sacrificato le loro vite per un’ideologia di unità, soprattutto in questo periodo particolare dove si parla di federalismo, scissioni, gruppi che si disgregano per mancanza di obiettivi comuni.

Ingenuamente colgo l’iniziativa come una piccola svolta mirata a rivalutare valori che vanno oltre a qualsiasi ideologia politica.

Niente di più sbagliato!

Il giorno stesso, i telegiornali mandano in onda l’intervista del presidente di Confindustria: “E’ giusto celebrare l’Unità d’Italia, ma non con giorno di festa” tuona “Questa commemorazione acquisisce più valore sul proprio posto di lavoro, anziché nelle piazze. Una nuova festività - per di più collocata in una giornata, il giovedì, che si presta ad essere utilizzata per un "ponte lungo" sino al fine settimana - comporta perdite elevate in termini di minore produzione e maggiori costi per le imprese. Darebbe un segnale fortemente dissonante rispetto alle azioni che, faticosamente, le parti sociali stanno mettendo in atto per recuperare ogni possibile margine di produttività, per poter fare nuovi investimenti e salvare posti di lavoro in Italia”.

Sono sinceramente sconcertata. Si trasferiscono all’estero molte unità produttive in nome della libertà d’impresa, a discapito di migliaia di posti di lavoro giustificando queste manovre un sacrificio necessario, mentre la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia che cade di giovedì rovina l’economia e mina i margini di produttività?

Chissà quali saranno i resoconti economici fra sei mesi? Il Pil è calato a causa della festa del 17 Marzo?

In parlamento intanto si discute. Quasi tutte le correnti, seppur tra polemiche, concordano a proclamare la festa Nazionale eccetto la lega che inizialmente si astiene da giudizi, forse perché non condivide le ragioni di questa commemorazione.

Intanto il Capo di Stato imperterrito è deciso a fissare la data come festa nazionale il 17 Marzo.

Poi, in occasione del festival di Sanremo, arriva la lezione di storia. Non è un docente della Cattolica è un comico, che in 45 minuti racconta la storia dell’Unità d’Italia, come nessuno ha mai fatto finora.

Ci insegna qual è il significato che Mameli ha voluto dare del nostro inno “Il canto degli Italiani”, cioè la storia di un paese messa in musica, cosa significa il tricolore, chi sono stati Mazzini, Garibaldi e Cavour, le guerre d’indipendenza.

Ha fatto notare al capostipite della lega, qualora non ne fosse a conoscenza, che l’Unità d’Italia è una realtà anche grazie alle 5 giornate di Milano.

Sarà per questo che recentemente ho letto un articolo in cui Bossi dichiarava che avrebbe raddoppiato i festeggiamenti aggiungendo per la Lombardia anche la festa del 29 Maggio: giorno della battaglia di Legnano e della vittoria dei Comuni contro il Barbarossa (citata nell’inno di Mameli)?

Ho il sospetto che se non lo avesse sottolineato Benigni nell’analisi del Canto degli Italiani, Bossi a malapena sapeva della battaglia sostenuta dagli avi di Legnano.

Così forse grazie ad un comico, poetico e romantico, gli umori un po’ si placano ed emerge un leggero senso di appartenenza a questa Patria e orgoglio a essere Italiani, tanto da riconsiderare quasi all’unanimità che questa Festa si deve fare, l’ultimo dilemma: negozi aperti o chiusi? Un problemone!

Se è festa Nazionale, direi che è festa per tutti.

I francesi si pongono il problema il 14 Luglio per commemorare la presa della Bastiglia ? Gli Americani fanno la stessa cosa il 4 Luglio, giorno dell’indipendenza?

Chissà che delusione proverebbe Mazzini se potesse assistere a queste misere discussioni, lui che per rappresentare il nostro Paese con una bandiera si ispirò al nostro territorio e alla lirica di Dante Alighieri: il verde simboleggia la speranza, a lungo coltivata e spesso delusa durante l'Ottocento, in un'Italia unita e libera, e la macchia mediterranea, fondamentale elemento del paesaggio italiano;il bianco delle le Alpi, famose per i loro ghiacciai; il rosso ricorda il sangue sparso per l'Unità d'Italia.


Questi tre colori, inoltre, erano già noti ai tempi di Dante Alighieri, e lo si vede nella sua Commedia, come simboli delle tre virtù teologali: verde-speranza; bianco-fede; rosso-carità (Purg. canto XXX, v.30-33): di conseguenza rappresentano la cultura e la letteratura italiana in generale.
“Se la vuoi rappresentare come Dante se la immagina nel XXX canto del Purgatorio (procurati un bianco (candido) velo, cingilo d'oliva, un verde manto ed un vestito rosso ( di fiamma viva) . Colori della fede, speranza e carità. E falla apparire in una nube di fiori angelici”.

Nel mio vagabondare web m’imbatto negli atti della costituzione del Regno d’Italia, contenente tra gli altri il primo discorso di Vittorio Emanuele II in parlamento:

« Signori Senatori, Signori Deputati,


Libera ed unita quasi tutta, per mirabile aiuto della divina provvidenza, per la concorde volontà dei popoli, e per lo splendido valore degli eserciti, l'Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra.


A voi si appartiene il darle istituti comuni e stabile assetto. Neil'attribuire le maggiori libertà amministrative a popoli che ebbero consuetudini ed ordini diversi, veglierete perchè la unità politica, sospiro di tanti secoli, non possa mai essere meno amata.


L'opinione delle genti civili ci è propizia: ci sono propizi gli equi e liberali principii che vanno prevalendo nei consigli d'Europa. L'Italia diventerà per essa una guarentigia d'ordine e di pace, e ritornerà efficace strumento della civiltà universale.


Signori Senatori, Signori Deputati,


Io sono certo che vi farete solleciti a fornire al mio Governo i modi di compiere gli armamenti di terra e di mare. Così il Regno d'Italia, posto in condizione di non temere offesa, troverà più facilmente nella coscienza delle proprie forze la ragione della opportuna prudenza. Altra volta la mia parola suonò ardimentosa, essendo savio così lo osare a tempo, come lo attendere a tempo. Devoto all'Italia, non ho mai esitato a porre a cimento la vita e la corona, ma nessuno ha il diritto di cimentare la vita e le sorti di una nazione.


Dopo molte segnalate vittorie, l'esercito italiano crescente ogni giorno in fama, conseguiva nuovo titolo di gloria espugnando una fortezza delle più formidabili. Mi consolo che là si chiudeva per sempre la serie dolorosa dei nostri conflitti civili.


L'armata navale ha dimostrato nelle acque » di Ancona e di Gaeta che rivivono in Italia i mari» nari di Pisa, di Genova e di Venezia.


Una valente gioventù condotta da un capitano » che riempì del suo nome le più lontane contrade, fece manifesto che nè la servitù, nè le lunghe svenai ture valsero a snervare la fibra dei popoli italiani.


Questi fatti hanno ispirato alla Nazione una grande confidenza nei propri destini. Mi compiaccio di manifestare al primo Parlamento d'Italia, la gioia che ne sente il mio animo di Re e di soldato.

A distanza di pochi giorni dal 17 Marzo, la Società per cui lavoro, dopo le polemiche di Confindustria, non ha ancora confermato il “Comunicato” di Gennaio, i capoluoghi e i comuni si affannano a organizzare eventi celebrativi da “last minute”, i parlamentari continuano a battibeccare in modo puerile. Che cosa scriveranno i nostri pronipoti sui libri di storia di questo periodo? Come lo definiranno? Il decadentismo?

Molto meglio che Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II non vedano che fine hanno fatto i loro ideali e come si sono evoluti i loro successori; fanno parte di quell’umanità che non tiene conto delle esperienze di vita vissute: “Gli stupidi”.

Tuttavia, quando mi muovo nelle nostre città, quando entro nei musei Italiani o semplicemente quando passeggio per le nostre campagne, e soprattutto quando sono all’estero e vedo le nostre opere prese a prestito beh..come Benigni sono orgogliosa di essere Italiana e grata a tutti quei grandi uomini d’arte, scienza e letteratura cui questo Paese ha dato i natali per avermi mostrato cos’è la bellezza, la poesia, l’intuizione e l’ingegno.

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