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mercoledì 11 aprile 2012

NOI DELLA BASSA PADANA


Ho visitato un luogo che mi ha procurato le stesse emozioni che può suscitare il sottofondo musicale  usato per creare il  video che includo in questo post.

E’ scaturito il desiderio di esternare che i “Padani” non sono quelli del carroccio, non sono quelli che "l’hanno sempre duro", non sono quelli che urlano sempre e solo “Roma ladrona”, non sono quelli che finiscono sotto inchiesta per aver utilizzato soldi della comunità per far studiare i figli  in Inghilterra o per contribuire alle attività di famiglia.

I padani sono quelli che hanno studiato sui banchi di legno,  quelli che lavoravano la terra con la zappa e raccoglievano le messi con la falce, quelli che trainavano l’aratro con i buoi, gli scariolanti che bonificavano le terre muniti di vanga cariola e bicicletta, quelli che nelle sere d’inverno si andavano a scaldare nelle stalle e per avere un po’ di tepore mettevano i bracieri sotto le coperte. Quelli che morivano di fatiche a quarant’anni affinchè  le generazioni future avessero un mondo migliore.

E noi cosa facciamo oggi?

Usiamo i beni di tutti per comperare fuoriserie, appartamenti e barche. Siamo stressati perché passiamo le giornate in ufficio, ci lamentiamo anche se la sera  torniamo nelle nostre belle case riscaldate con tutti i confort, usufruiamo della chirurgia plastica con l’illusione di fermare il tempo che inesorabilmente passa e siamo perennemente e costantemente alla ricerca di qualcosa di più.

Mi domando: cosa direbbero i nostri avi  (quelli che hanno vissuto come le immagini allegate mostrano) se vedessero i padani di oggi?

Che senso darebbero alle loro fatiche e soprattutto cosa è rimasto della cultura fatta di concretezza e buon senso?

Cosa direbbero scoprendo che oggi  il buon senso è diventata una materia universitaria e non fa più parte del bagaglio culturale del singolo individuo?
Mi domando: ma cosa siamo diventati?
Si tratta di evoluzione o involuzione?

giovedì 17 novembre 2011

WWW.MASSAFINALESE.COM!!! (della serie mi piego ma non mi spezzo)

Il vecchio detto della mia saggia nonna “a ben guardare c’è sempre da imparare” anche questa volta non ha fallito.

Decretata anni fa la frazione più grande d’Italia non è mai riuscita, nonostante gli sforzi, a elevarsi a Comune. Niente Cinema, niente teatro, le attività commerciali ridotte al minimo per non parlare delle opportunità di lavoro quasi inesistenti. Come ormai avviene in tutti questi piccoli paesi, la popolazione per le occupazioni quotidiane, che siano di lavoro o svago, si sposta verso le città limitrofe ingigantendo l’armata dei pendolari.

Oltre un anno fa m’iscrissi alla pagina Facebook di Massa.  Fatta eccezione per un’espressiva raccolta di foto del celebre fotografo Loris Leonardi non sono mai riuscita a trovare spunti o interessi in comune. Gli iscritti quasi tutti teen agers usano lo spazio come fosse una pagina personale, stringendo tra loro amicizie e lanciando messaggi come fossero SMS.

Grazie  all’amicizia Facebook con  Sandro,  scopro il “ Massa Finalese  - Official Group – “e addirittura il sito www.massafinalese.com, dove,  tra gli altri eventi locali, ha diffuso la notizia della pubblicazione di “Un PC in regalo”.

Accipicchia, mi dico un sito .com neanche .it!!

Questi ragazzi fanno le cose in grande ho pensato, mentre mi accingevo ad aprire tutte le finestre che il sito offre.

La pagina è suddivisa in sette sezioni: le news, la storia, i film, le associazioni, i commercianti, i servizi al cittadino e il gruppo Novantaseidodici.

Il desiderio di conoscere l’origine delle cose mi porta ad aprire per primo il segmento storia. Qui scopro che grazie a reperti archeologici ritrovati ed esposti presso il Museo di Finale Emilia risalenti all’Epoca Romana, Massa Finalese è uno dei più antichi insediamenti della zona.

Trovo la scoperta interessante e al contempo non posso fare a meno di chiedermi come mai queste informazioni le scovo su Internet, nonostante io viva in questo paese da 36 anni. D’accordo, io non sono nativa di Massa Finalese ma mia figlia sì. Perché nelle scuole non insegnano ai bambini e ai ragazzi anche la storia delle loro origini, a guardare il proprio territorio con rispetto e conoscenza? Mahh…tutto sommato paragonato al tipo d’informazione che circola non dovrei stupirmi più di tanto. Se gli Italiani hanno appreso il significato della loro bandiera e inno nazionale da un comico, Roberto Benigni, al festival della canzone italiana, forse, è nella norma che io scopra nel web le origini del Paese in cui vivo da oltre sette lustri.

La categoria news, graficamente rappresentata come un calendario elenca tutti gli eventi in programmazione; tra questi uno cattura la mia attenzione: “Massa a.d.811 milleduecento anni di storia” – sabato 19 Novembre: incontro tradizione e religiosità popolare nelle campagne Modenesi – a seguire il giorno dopo: festa in piazza con giochi medievali per i bambini e una carrellata di video intitolata “Massa dall’811 ai giorni nostri”.

Esistono gli angeli del fango a Genova, ma a Massa fortunatamente abbiamo gli angeli della cultura!!

Chi sono queste creature celesti del sapere? Ovviamente l’assessorato alla cultura del Comune, ma soprattutto tutte le associazioni di volontari locali: Volontari Quartiere Carrobio, Ciclistica Massese, Avis, Croce Blu, Gruppo Scout, Mani Tese, Delfino, Vespa Club, Mercatino Hobbistica, Arteinsieme, Athena,
 La Cinquedea, I Connestabili, Cantacucco, L’Associazione Ordine delle Cerchie.

Un piccolo esercito di persone che dedicano la maggior parte del loro tempo libero alla comunità senza nulla chiedere in cambio se non la partecipazione del loro pubblico: i cittadini.

Sono la concretizzazione del pensiero di Aristotele:
 “Il terzo livello dello stadio di felicità: Il coinvolgimento nel lavoro con i propri amici per costruire una grande città. Gli esseri umani sono più felici, quando si dedicano, assieme agli altri, alla missione di rendere la vita migliore per sé e i propri compagni”.

Rinfrancata, proseguo l’esplorazione del sito e clicco sulla finestra film: Millenovecentocinquantatre e il Cacciatore di Anatre. Il primo un cortometraggio girato in soli tre giorni che racconta la storia, in chiave comica, della mancata investitura a Comune di Massa Finalese, approdato anche a New York. Il secondo, un film ambientato nel 1942 narra i sogni di un gruppo di amici che l’avvento della seconda guerra mondiale spezza e stravolge, proiettato anche a Cleveland, Ohio.
Gli attori delle due opere: molti massesi.
Il regista: un massese, Egidio Veronesi.
La produzione: l’associazione Novantaseidodici di Massa Finalese.

D’accordo, anche qui come a Casumaro, il cinema non esiste più e al suo posto invece della Coop c’è il Conad, ma sono nati produttori, registi e attori.

A ben pensare, il sito ha dimenticato un’iniziativa legata alla musica: “Il lato B”.  In assenza di strutture, oltre 20 anni fa un gruppo di baldi giovani musicisti massesi e finalesi, tra i quali Loris, ebbero l’ardire di chiedere al Comune un posto dove i gruppi musicali locali potessero suonare. Il Comune diede loro in gestione le vecchie scuole elementari di Massa - poi abbattute per far posto a un centro commerciale – e successivamente quelle di Canaletto.
Il Lato B è un circolo tuttora attivo che ospita chiunque abbia voglia di esprimersi attraverso le note.

A fondo pagina del sito, una carrellata di fotografie che raccontano il Paese e i suoi cittadini tra gli anni 50 e 60.

I negozi a conduzione familiare come il barbiere, la locomotiva, le prime auto e moto e la mitica vespa.

 La prima volta che vidi Massa pensai: che Paese strano, si sviluppa in pratica sulla strada e nell’attraversarlo si notano solo bar.
Ebbi la sensazione che la vita di questa frazione girasse solo intorno ai bar dove  lunghe fila di sedie davanti all’entrata accoglievano -praticamente in ogni stagione, dalle 7 di sera a mezzanotte - la maggior parte degli uomini .

Come in tutti i luoghi, ogni bar aveva i propri personaggi caratteristici. Negli anni ’70 quelli più in voga erano il Bar Riccio e il Bar Minarelli.

Leggenda vuole che Riccio fosse frequentato dal popolo di “tuttologi” quelli che sanno tutto di tutti, off limits alle donne ma che al loro passaggio erano scansionate  meglio che all’interno di una sala a raggi “X”.

Il bar Minarelli era frequentato per la maggior parte da ragazzi, ma anche lì pare fosse necesario una sorta di lasciapassare….

Ricordo la prima volta che mi fermai all’ingresso, senza entrare. Arrivavo da Casumaro in motorino per fare una sorpresa a un ragazzo che sarebbe poi diventato mio marito.
Loris, vedendomi si alza per accogliermi ma un amico lo ferma e pressappoco dice: Loris fermati qui che prima voglio vedere chi è questa straniera che ti cerca.
L’amico si avvicina - io ancora in sella al motorino - mi gira intorno, mi valuta e soppesa con lo sguardo quasi fossi un cavallo e esordisce così: chi sei tu, da dove vieni? Lo sai che per venire a Massa e cercare Loris, prima mi devi chiedere il permesso?
A darmi quest’originale benvenuto era un ragazzo di nome Jerry. …uno dei capostipiti della generazione “rubacuori selvaggi” alla Marlon Brando di Massa .

Ho appreso solo ora le origini di Massa Finalese attraverso il web, ma le storie goliardiche di personaggi rappresentativi del Paese come Jerry, furono le prime ad essermi raccontate……..

martedì 11 ottobre 2011

EH…GIA’ SONO ANCORA QUA! (PARCO MASSARI – IL CEDRO IN CATENE)

24 Novembre 2010  ore 22,35: mail di Google Alert – Parco Massari.
Titolo: Il cedro del libano di Parco Massari, l’ufficio verde del comune…..da cronache del Comune di Ferrara.

Testo del comunicato:

Con riferimento all’articolo dal titolo “Cedro del Libano nella morsa d’acciaio” pubblicato il 22 novembre scorso da Il Resto del Carlino, l’Ufficio Verde del Comune di Ferrara puntualizza che la condizione vegetativa dei cedri del Libano di parco Massari è oggetto di un costante monitoraggio da parte dei tecnici comunali e di consulenti esterni, italiani e stranieri.
Per quanto riguarda in particolare la pianta a cui si fa riferimento nell'articolo, si sta finalizzando in questi giorni un progetto per rimuovere la vecchia struttura in ferro e per garantire la stabilità dell'albero con una struttura più rispettosa della sua fisiologia. Il progetto verrà realizzato entro la prossima primavera
.

Ricordo ancora il sollievo che provai a leggere quel comunicato. Avevo vissuto la notizia come un bel modo di rendere omaggio all’ambiente e alla bellezza che la natura dona al genere umano.

Se fossi stata chiamata a lanciare una navicella nello spazio con un messaggio universale dell’umanità agli extra terrestri, assieme al brano musicale del film  “Incontri ravvicinati del terzo tipo”,  avrei aggiunto l’articolo che la promessa di un sostegno  più consono  alla possente struttura  del cedro era stata mantenuta.

Da allora ho continuato a monitorare le notizie sulla salute della pianta, ma a distanza di ormai un anno Google Alert mi ha proposto solamente articoli sul traffico, manifestazioni all’interno del Parco, incidenti davanti ai cancelli e addirittura l’apparizione in cielo  di “un globo luminoso”, poi improvvisamente scomparso, in compagnia di altri due globi naviganti in formazione che attraversavano la volta celeste…..

 Accipicchia! Vuoi vedere che erano ufo in ricognizione? Gli extra terrestri leggono nel pensiero degli uomini? Con tanta gente al mondo, hanno forse scelto i miei pensieri??

In questi ultimi mesi, senza notizie,  la curiosità di verificare di persona le condizioni del Cedro diventava via via più insistente ma il tempo, purtroppo tiranno, m’impediva di soddisfarla.

Un pomeriggio di una decina di giorni fa ricevo una mail della mia amica Carla. M’inoltra il collegamento a una pagina web che pubblicizza una mostra pittorica a Palazzo Diamanti “Gli anni folli, La Parigi di Modigliani, Picasso e Dalì  “ con un suo commento: “Domenica sono libera ti andrebbe di andare a visitare la mostra?”.

“Certo, che mi va” rispondo entusiasta.

Oltre al piacere di trascorrere un pomeriggio in compagnia di Carla a contemplare il bello che l’arte trasmette, mentre aspetto che  mi raggiunga, capisco che finalmente è anche venuto il momento di soddisfare la mia curiosità: vedere con i miei occhi come sta il Cedro del Libano!

Sono le tre del pomeriggio quando la macchina della mia amica parcheggia davanti a casa mia. Salgo e ancor prima che lei ingrani la marcia, esordisco: “Oggi è una splendida giornata di sole, Parco Massari e quasi dirimpetto a Palazzo Diamanti. Ti dispiace se facciamo una visita anche lì? Ho una missione da compiere. Voglio rendermi conto delle condizioni di salute di un albero”.

Stranamente Carla non è stupita. Afferra subito il mio pensiero. “Si tratta del Cedro del libano citato nel tuo blog?”

Si, rispondo sorridendo.

“Ora sono le tre, la mostra è aperta fino alle sette, abbiamo tutto il tempo di visitare anche Parco  Massari”. Inoltre, incalza Carla, dopo tutto quel leggere sul tuo blog di quel luogo e di quell’albero sono proprio curiosa di vederlo”.

Così, appena arrivate in città, parcheggiata la macchina, dopo aver sostato davanti al distributore del ticket con il dilemma la domenica, si paga oppure no, aver convenuto che quando c’è il simbolo degli attrezzi incrociati i giorni festivi non si paga, la prima meta è Parco Massari.

Avvicinandomi provo una certa emozione. Intravedo già i rami del cedro che debordano dai cancelli del parco. Senza rendermene conto affretto il passo nell’intento di scorgere il tronco e il famigerato anello che lo avvolge a sostegno.

L’articolo di Novembre diceva che l’anello d’acciaio sarebbe stato sostituito da uno “estendibile” con doghe di legno in modo da poterlo adattare alle sue dimensioni attuali e future.

Sono di fronte a quello che ormai considero il mio albero ideale, solo le inferriate dei cancelli ci dividono e l’emozione è forte. Questa pianta monumentale è immensa. Pali d’acciaio sostengono rami grandi come tronchi. Le fronde sono ancora piene di foglie. Ai piedi della pianta la panchina per i visitatori.

Questa volta i ricordi non mi hanno tradito. E talmente bello e maestoso che commuove e, al tempo stesso, incute soggezione.

Guardando però verso il basso, alla radice del tronco, la beatitudine si spegne.

C’è un anello d’acciaio…senza doghe di legno!

Nooo, non ci posso credere! Entro nel parco e  completo l’ispezione tutt’intorno all’albero. Delle doghe di legno nessuna traccia.

Il cedro è ancora “strozzato”. L’anello è talmente stretto che nella parte superiore il tronco ha formato una grossa protuberanza simile a un’ernia! Il collare ha definitivamente deformato il tronco. Sembra la caviglia di uno schiavo in catene, diventato uomo con un cerchio da bambino mai cambiato o, addirittura, i piedi delle donne giapponesi che da fanciulle erano costrette a portare scarpe piccole per non farli crescere.

 Mi sento un tantino indignata. Come al solito tante belle promesse e dimostrazioni di sensibilità poi, quando è il momento di concretizzare le buone intenzioni….il nulla.

Carla sente la mia delusione, mi allontana dal cedro in schiavitù invitandomi a una passeggiata.  Erano decenni che non percorrevo i sentieri alberati del parco. Rivedo la fontana centrale, dove gli studenti l’ultimo giorno di scuola si tuffavano, la sorgente con la bocca di leone, dove infilare la mano dentro significava esternare una verità (fosse stata una bugia la bocca si sarebbe chiusa inghiottendo l'arto),  la collina a ridosso delle mura di recinzione: mi rivedo ragazza bivaccare ascoltando Jimi Hendrix, sognando pace, amore e fratellanza…. Poi, sempre in fondo al Parco ma sul lato sinistro, oggi come allora, il bar famoso per i frappé alla frutta. La tentazione di ordinarne uno dopo oltre trent’anni è forte ma il luogo è affollato e Carla ed io dobbiamo ancora visitare la mostra, così mi accontento di un caffè  dirigendomi poi verso l’uscita.

Prima di varcare di nuovo i cancelli, un ultimo sguardo all’imponente cedro….una leggera brezza si alza e il fruscio delle sue fronde pare mi sussurri: Ehh ….già sono ancora qua!!  Con la linfa che batte, nonostante l’incuria dell’umanità resisto e sono ancora qua!!!

Vorrei avesse continuato il testo della canzone di Vasco…”sembrava la fine del mondo, invece sono ancora qua grazie alle cure dell’umanità”.

La consolazione arriva con la visita alla mostra, un giro al giardino botanico e un ristorantino in zona San Romano gustando gli sformatini di zucca e formaggio…..ma il povero cedro in catene resta ancora nei miei pensieri…..Cedro mi raccomando, fai come Vasco non arrenderti!

lunedì 26 settembre 2011

MOLINO BOSCHETTI – DA MARE NERO A MARE AZZURRO

Il telefono intelligente squilla. Infilo la mano nella mia nuova borsa (rossa!), rovisto un po’ prima di afferrarlo. E’ Melania: “Nella cassetta della posta ho trovato la pubblicità della nuova commedia del gruppo Autonomo Discarica Molino Boschetti. Vanno in scena domani sera”.
Dove?  Chiedo.
“Il volantino indica solo Molino Boschetti, nient’altro. Mi sembra strano lo facciano li, lo stabile non è poi così grande”, replica Melania.
La prima rappresentazione però è stata fatta nei locali del casolare, nel loro sito ci sono le foto, se non hanno indicato altri luoghi, sicuramente sarà lì, rispondo.
Sarei veramente curiosa di assistere allo spettacolo. La prima rappresentazione, Mare Nero, l’ho persa. Il mattino seguente m’infilo in macchina e faccio un sopraluogo in direzione Molino.
Le mie supposizioni erano fondate. Un gruppo di persone sta allestendo all’aperto un piccolo teatro e il palco.
Mi fermo e mi avvicino alla comitiva indaffarata a mettere in fila sedie, collegare fili elettrici etc..
“Scusate, ho saputo che questa sera va in scena lo spettacolo Mare Azzurro, lo fate qui?”
Un paio di uomini si gira, mi guardano dalla punta dei piedi alla testa: “Si lo facciamo qui”.
“Ah bene, grazie dell’informazione a questa sera allora”, ribatto mentre mi accingo a risalire in macchina.
Una voce dal gruppo si alza e chiede: “Da dove vieni?”.
“Da Massa Finalese, ma sono originaria di Casumaro, le mie radici sono qui, in più avete ospitato anche il mio blog nel vostro sito”.
Il gruppo smette di lavorare e inizia a guardarmi con curioso interesse.
“Il sito lo cura Alex”risponde uno di loro.
E’ qui? Mi piacerebbe molto conoscerlo.
“No, oggi non c’è, è impegnato con il lavoro”.
“Peccato, avrei tanto voluto ringraziarlo di persona per l’attenzione che ha avuto per il mio blog. Mi chiamo Marisa.”
Un coetaneo mi si avvicina e dice:  “Sono Mirco, ti ricordi ….alle medie…. “
Le rotelle del mio cervello iniziano a lavorare ma non esce nulla. Lui lo capisce:  “Sono il fratello di Carla, tua compagna di classe! Se questa sera vieni, vedrai anche lei!”
Appena finisce la frase, la mia memoria si ristabilisce, mi rivedo tredicenne alle prime feste da ballo in casa di Carla, le domeniche trascorse al Cinema Teatro Magri e le lunghe passeggiate in bicicletta.
Il riaffiorare di quei ricordi m’intenerisce. Un ricordo in particolare mi lega a lui: la prima e forse unica volta che ho partecipato al gioco della bottiglia…
Troppo giovani per possedere un’auto e andare in discoteca, nessuna struttura in paese che potesse favorire questi approcci,  le feste da ballo casalinghe erano all’epoca i primi tentativi d’incontro tra adolescenti di sesso opposto.
Chi in casa possedeva una stanza in più oltre alla cucina, organizzava gli eventi. Era sufficiente  addossare l’arredamento alle pareti, un giradischi o mangianastri, un paio di bibite, finestre chiuse (il buio favoriva l’eventuale approccio amoroso)  e si ballava tutto il pomeriggio.
Le pause tra una serie di danze e un'altra erano scandite dal gioco della bottiglia: ragazzi e ragazze seduti in cerchio si passavano a  turno una bottiglia che posata a terra si doveva far roteare…quando si fermava e il collo puntava nella direzione di un coetaneo…..quel coetaneo doveva baciare chi aveva fatto girare l’oggetto.
Fu in una di queste feste a casa di Carla che per la prima volta in vita mia, il collo della bottiglia si fermò nella mia direzione…
 Ancora emozionata dal ritrovamento di un altro frammento del mio passato, sento urlare il mio nome e scorgo una persona che mi corre incontro, si avvicina e abbracciandomi mi solleva! E’ il Gallo! Un’altra missing people della mia vita!
Mi conduce sul palco, mi parla della compagnia teatrale e di quanto si diverte a recitare!
E’ così bello ritrovare queste persone  che le lancette dell’orologio corrono al punto che è mezzogiorno e sono ancora a Molino!
“Accidenti devo scappare,  ma questa sera ci rivediamo! “
Ripercorrendo la strada verso casa, sono pervasa da un senso di appagamento  per aver  ritrovato un altro tassello della mia vita.
Ore 20,30 passo a prendere Melania e assieme ci rechiamo a Molino. Il luogo in aperta campagna e completamente al buio. L’unica fonte luminosa sono le luci che illuminano il palco. Appena entro nell’area della platea,  delimitata con qualche transenna,  almeno una decina di voci  esclamano il mio nome. Sono sbalordita!  Mai avrei pensato di ritrovare tanti amici persi di vista in una sera soltanto! Rivedo Mirco e di fianco a lui una donna. E’ Carla! L’emozione nel rivederla mi fa salire le lacrime agli occhi e probabilmente entrambe ci rivediamo tredicenni, a raccontarci le nostre prime storie d’amore , percorrendo in bicicletta le campagne e le strade limitrofe a Casumaro.
Scopro così che Mirco e Carla fanno parte della compagnia teatrale, ma anche altri amici come il Gallo, Angelo, Costanza, Giorgio e Manfredo…..insomma conosco  tutti gli attori, regista e sceneggiatore compreso!
Il sipario si apre, il regista presenta la sua seconda opera. Se la prima commedia “Mare Nero” è nata per dar voce e sostegno  alla lotta pacifica contro il degrado ambientale di discariche e i rifiuti pericolosi, “Mare Azzurro”  celebra la vittoria di Molino Boschetti che dopo anni ha ottenuto l’assicurazione che dal 2011 nessun rifiuto deturperà l’area. Festeggia questo importante risultato con un testo che  dà voce ai sogni nel cassetto, le passioni e le emozioni della giovinezza di  chi cinquantenne si è perso un po’ per strada rincorrendo traguardi  materiali. L’autore definisce questa ricerca  “l’Isola che non c’è!”. 
Ogni atto è un frammento dell’“isola che non c’è” che alberga in ognuno di noi.
Tre sono stati i quadri che più mi hanno divertito:
Il finto materialista che critica gli amici perché passano troppo tempo a “giocare” agli attori invece di lavorare.
E’ in costante conflitto con la parte razionale di sé e il desiderio di seguire un sogno, poi travolto dall’entusiasmo, finisce anche lui a recitare, riappacificando così l’emisfero razionale e quello dello spirito e continuare un’esistenza pacifica.
L’interprete è Mirco. L’ironia che mette in questo testo è esilarante!
Il musicista, seduto a meditare sul suo passato si accorge che la sua vita (come quella della maggior parte di noi) è sempre stata accompagnata dalla musica. E’ un viaggio a ritroso, scandito da brani musicali che hanno fatto parte della vita di molti.
A ben pensare ogni momento importante della vita di tutti noi è legato a un brano musicale, la nascita di un figlio, il giorno del matrimonio, il primo amore….l’attore ripercorre tutte queste tappe concludendo  che se lui esiste, è grazie ad una serenata che il padre fece alla madre.
Per lui l’Isola che non c’è è la musica perché è lo strumento più diretto per celebrare l’amore. Termina con una riflessione: a ben pensare, se tutti noi siamo il frutto di una notte d’amore, noi tutti quindi siamo figli l’amore…..
L’interprete è Alfio che nella vita ha fatto della musica la sua passione e professione.
Nell’Isola che non c’è, non può mancare l’emozione del primo amore. Il cuore che batte forte quando lo vedi, il rossore che sale alle guance quando ti guarda, la trepidazione
nel ricevere la prima carezza, lo sconvolgimento e le …”farfalle nello stomaco” che procura il primo bacio, il desiderio di trascorrere ogni istante accanto all’amato, la certezza che quel sentimento così forte non l’avevi mai provato prima, che è troppo importante e che durerà tutta una vita.
A interpretare questo ruolo è Carla. Il trasporto e il carattere che dà nell’interpretare questo ruolo è emozionante.
Recitando la “sua isola che non c’è” mi ha fatto salire a bordo della macchina del tempo. Ho ritrovato nel suo personaggio i miei sogni e aspettative della giovinezza, quando ancora la vita non ha avuto modo di scalfirti..
Finito lo spettacolo, pubblico e attori festeggiano a tavola con vino, torte, salame e gnocchi fritti fino alle due di notte!
Mi dirigo alla macchina per tornare a casa con il sorriso sulle labbra. Questa sera mi sono svestita di molti dei pesi che mi porto appresso. Se pensavo di essere l’unica cinquantenne ancora alla ricerca di cosa farà da grande, behh mi devo ricredere! Sono in ottima compagnia….. Forse anche la mia ricerca è “l’Isola che non c’è”.
Tuttavia, come successe anche a Pesaro al festival della felicità, a Molino Boschetti mi sono sentita a casa, come avessi finalmente trovato “l’Isola che non c’è”.
Come dice mia madre….”la felicità dura solo dei momenti “ . Già domani  dovrò fare i conti con il quotidiano, ma quella serata fatta di allegria, ricordi e soprattutto di condivisione, ancora una volta mi ha rappacificato con il genere umano e mi ha fatto ritrovare (come direbbe Battiato) il mio centro di gravità.
E bastato poco: un testo che oltre a farmi sorridere mi ha  stimolato la riflessione  e nel quale ho riconosciuto tanti dei miei pensieri, un gruppo di amici che mi ha accolto e dato calore….Ma a ben pensare tutto questo in realtà non è poco, forse questa è l’essenza dell’esistere, di essere persona.
E’ vero quello che dice Alfio: siamo tutti figli dell’amore. Perché tante volte ci comportiamo come se non lo fossimo?

mercoledì 20 luglio 2011

ABBIAMO QUALCOSA DA SALVARE - PONTELUCE!!

Nella bacheca di Paola M. mi soffermo sulla locandina che ha pubblicato nei giorni scorsi: I DUE SINDACI DI CASUMARO incontrano i cittadini. E’ un’occasione per confrontarsi sui progetti che le due amministrazioni hanno sulla frazione di Casumaro.

Sotto il commento di Paola che riassume la frustrazione di un Paese di confine:

“Ci sono le strade da sistemare. Per andare a Buonacompra sembra di passare per il bronx, ci han tolto l’ufficio anagrafe. Se vuoi un certificato, devi andare a Cento perche il comune non ha un impiegato da metterci per una mattina a settimana. Se devi fare benzina niente distributore, o vai a Buonacompra, a Finale, a Cento o a Bondeno cosi consumi carburante solo per andarci. Abbiamo la discarica di Molino Boschetti che non si è ancora capito cosa stanno facendo, non abbiamo piu il porkys beer perche allo stadio comunale comanda solo il calcio e la lumaca. Senza parlare dei casini della partecipanza agraria che non vuole vendere la terra ai non capisti, o di chi ha costruito le case che stanno affondando perche sotto hanno versato dei rifiuti tossici .. Io mi chiedo ma in che cavolo di paese abitiamo??? TRE COMUNI: CENTO FINALE EMILIA E BONDENO SITEMATE LE COSE A CASUMARO O NO?”


Chi non conosce questa realtà potrebbe pensare che lo sfogo di Paola è esagerato; purtroppo non è così. Tutto quello che ha denunciato in quelle poche righe, è assolutamente vero.


Data la particolarità del Paese diviso da tre amministrazioni comunali, Casumaro dovrebbe poter usufruire di tre bilanci di spesa. Trattandosi di un paesino di circa tremila anime, gli stanziamenti per ogni Comune dovrebbero essere anche ridotti.


Ahimè purtroppo non è così. Anziché gareggiare su chi amministra meglio, le tre amministrazioni comunali danno l’impressione di trattare Casumaro come la terra di nessuno che c’è tra una frontiera e l’altra.


Addolorata per la decadenza che il mio Paese natale sta subendo, mi unisco alla protesta di Paola incitandola a stampare i post che ho pubblicato nel blog sull’argomento.


Tuttavia, vorrei mettere in evidenza lo stato di abbandono in cui versa un posto a me molto caro.


Lo scorso anno per puro caso m’imbattei in un album fotografico contenente le foto di Campodoso e la sua chiesetta.


Nei miei ricordi per accedere alla chiesetta c’era un vialetto lungo circa trenta metri, delimitato da una siepe che ne tracciava anche il giardino tutt’intorno. Anche trent’anni fa la chiesa era in stato di abbandono; il patio e i suoi gradini scalfiti, la porta scardinata, le finestre rotte, l’affresco della madonna in cima all’altare rovinato.


Tuttavia, osservando le foto provai  rammarico nel notare che la Chiesa non aveva più il suo giardino; era stato sostituito erbacce infestanti altissime.


L’amarezza per tanto degrado suscitò il desiderio di rivisitare quel luogo. Ci provai a Settembre scorso. Ero in compagnia della mia nipotina e la strada impervia per raggiungere la meta mi fece desistere.


Ci riprovai ad Aprile. In quell’occasione ero sola ma purtroppo la memoria mi tradì. Sulla via di Campodoso, anziché attraversare il ponte del canale Bonifica, seguii la strada sterrata, così sbucai di fianco alla Chiesa di Reno Modenese senza aver visto la Chiesetta di Campodoso e la splendida villa “Il Casino dei Vecchi”.


Provai una delusione quasi esagerata. Non mi capacitavo di non essere riuscita a trovare quella chiesetta. Rattristata ne parlai con Melania che capì subito il mio errore indicandomi la via giusta.


Così, una domenica pomeriggio di Luglio, il desiderio di compiere questo viaggio della memoria riaffiora.


Prendo le chiavi della macchina e parto. Arrivo a Campodoso e seguo le istruzioni di Melania.


Attraverso il ponte di Burana, svolto a sinistra e proseguo per una strada asfaltata.Una nota positiva, penso.
Quando ero ragazza, questa strada era sterrata. Ecco perché per due volte – con la mia nipotina e da sola – ho sbagliato direzione. A tradirmi è stato il ricordo del sentiero non lastricato.


Percorro circa un chilometro poi, in lontananza, in mezzo ad un campo di granoturco scorgo le guglie. Eccola, finalmente! Non vedo l’ora di arrivare davanti al vialetto per visitarla da vicino.


Oltrepassata una semicurva, mi trovo davanti alla Chiesetta e incredula scopro che il viale non c’è più, è stato sostituito da piante di mais.


Ed ora? Sono venuta fin qui guidata da un ricordo, non posso desistere per la terza volta, tornare a casa senza aver soddisfatto questo desiderio. Anche a costo di graffiarmi con le piante di mais devo arrivare a quella chiesa.


Compio il primo passo e mi accorgo di un fosso. E’ stretto mi dico, lo posso saltare. Errore! Il fosso non era stretto, era solo coperto dall’erba alta. Così metto il piede nel vuoto, perdo l’equilibrio, cado rovinosamente a terra, slogandomi un polso.


L’autoironia che spesso mi coglie in questi momenti mi fa pensare: “O.K. punizione divina, ora posso proseguire”.


Avanzo tra le piante di mais più alte di me pensando che se mai mi dovesse succedere di star male in quel luogo mi troverebbero solo a Settembre, durante la mietitura. Nonostante ciò tutto questo non m’inquieta, mi fa sorridere e sentire un’Indiana Jones dilettante.


Con emozione finalmente arrivo alla chiesa.


I gradini e il patio sono più scalfiti di un tempo, anche se le colonne e le arcate sono ancora solide.


Le colonne! Inizio a ispezionarle e scatto alcune foto. Sto cercando un cuore disegnato tanto tempo fa. Ne trovo tantissimi e probabilmente quello che cerco io è stato sovrapposto da tanti altri disegnati negli anni.


Stranamente la porta è ancora scardinata come un tempo, anche l’altare è rimasto come lo ricordavo. L’affresco della Madonna invece si percepisce appena…


Esco e mi dirigo sul patio. Lo sconforto di vedere questo luogo sepolto dal mais e dalle erbacce si trasforma in rabbia.


Sono arrabbiata con il proprietario terriero; per forse un centinaio di piante in più ha distrutto il viale e il giardino della chiesetta e sono anche arrabbiata con i miei compaesani e il mio comune, Finale Emilia, per non avere la sensibilità di salvare questo pezzetto di storia armonioso e bello.


Tornata a casa ne parlo con Loris, gli mostro le foto, s’incuriosisce e mi propone di rifare il giro con lo scooter.


Loris però sceglie un percorso alternativo al mio, passando per Scortichino e Santa Bianca.


Appena usciti da Santa Bianca, in direzione Casumaro, passiamo davanti ad un altro piccolo oratorio, questo, però, completamente ristrutturato. Ci fermiamo per osservarlo da vicino. E’ molto grazioso ma nessun confronto con la Chiesetta di Campodoso, con le sue colonne e guglie.


Imboccando via Campodoso, gli indico la strada – anche lui non la ricorda più – arriviamo davanti alla chiesetta, ci fermiamo e all’unisono formuliamo lo stesso pensiero: “Lodevole la ristrutturazione di Santa Bianca tanto quanto è deplorevole l’incuria e la mancanza di rispetto per questo luogo. Non solo nessuno pensa a ristrutturarla, hanno addirittura permesso che il giardino e il viale fossero arati per cosa??? Un centinaio di piante di mais in più da raccogliere.


A fine di giornata oltre alla bella sensazione di aver compiuto una sorta di missione che una vocina interiore mi spronava a svolgere, mi ha gratificato e appagato condividere questo viaggio della memoria con mio marito.


Ora però un nuovo cruccio mi assale. Cosa e come fare per riportare in vita quella Chiesa?


Le strade, gli uffici anagrafe, i distributori di benzina sono sicuramente prioritari. Tuttavia, mi sento di dire che anche la storia del nostro territorio è importante e dovrebbe essere salvaguardata.


Campodoso , nell' XI secolo formava una Corte in potere dei Conti Berengario ed Ugo, nipoti del conte di Parma. In seguito fu un comune che amministrava Casumaro e Reno. Perché relegarlo a una località di sola terra agricola? Perché permettere che la sua chiesa sia sepolta dal mais?

Perché non accogliere l’insegnamento di Aristotele: Il terzo stadio di felicità. Il coinvolgimento nel lavoro con i propri amici per costruire una grande città. Gli esseri umani sono più felici, quando si dedicano, assieme agli altri, alla missione di rendere la vita migliore per sé e i propri compagni.


Sono convinta che vedere quella chiesetta restaurata renderebbe molti di noi più orgogliosi di quanto non siamo oggi.


venerdì 31 dicembre 2010

ALLE PRESE CON I BILANCI…. PENSANDO A CAPODANNO

Da settimane sto lavorando alacremente alla mia fattoria Zynga. Quest’anno l’albero di Natale, oltre ai pacchi, attraverso una serie di prove da superare, consente di ottenere la neve spruzzata su tutto il paesaggio  e una serie di  luminarie da posizionare su piante ed edifici di quello che ormai è diventato un paesello virtuale. Così, traguardo dopo traguardo e dopo un investimento di 10 banconote farmville, raggiungo l’ultima meta e guadagno luci e neve.
Finalmente!
Per posizionare questi addobbi, basta cliccare sull’oggetto selezionato. Con malcelata soddisfazione, inizio l’opera di restiling…ma  neanche a metà del lavoro il PC si blocca, impedendomi di andare avanti. Uffa, non mi resta altro che uscire dalla farm ….
Scocciata, mi scollego, riattivo il collegamento, lentamente si riapre la farm, ma una sorpresa mi attende.
La neve e le luci che avevo già posizionato non ci sono più. Dovrò ripetere il posizionamento luce e neve,  l’applicazione sarà nella scatola dei regali, mi dico.  Niente.
Probabilmente le ultime attività svolte non sono state  salvate e devo ripetere i lavori, penso, anche se con disappunto noto che  le dieci banconote farm Zynga le ha trattenute….
Inizia la verifica dentro tutte le applicazioni del gioco per cercare la sudata neve e tutte quelle luci appena intraviste, ma di loro non c’è traccia!
Mi sento letteralmente imbrogliata dalla Zynga. 
Dopo un anno che perdo tempo con questo  gioco, mi derubano anche di 10 banconote!
I giochi virtuali stanno assomigliando troppo alla realtà e questo non è divertente. Non fai in tempo ad esultare per un traguardo raggiunto che subito te ne viene proposto uno più ardo e, se non bastasse, come in questo caso, non è nemmeno riconosciuto!
Molto meglio un puzzle da 10000 pezzi o un bel mazzo di carte per un solitario. 10.000 pezzi di cartoncino colorato da mettere assieme o un solitario complicato danno molta più soddisfazione dei passatempi Zynga!
Ora capisco il commento lasciatomi quasi un anno fa da un lettore su questi passatempi e comprendo anche perché Loris ha deciso di cancellare l’account Zynga.
Inizialmente la novità ti entusiasma, poi col passare del tempo la fobia di accumulare punti, monete e vicini, trasforma il passatempo in occupazione, di conseguenza noia, poi,  se il programma ha dei bachi, la noia si trasforma in incazzatura.
Stizzita esco da Zynga e comincio a gironzolare per il web, in cerca  di proposte originali per trascorrere la notte di capodanno.
I suggerimenti più gettonati riguardano proposte vacanza in tutto il mondo e per tutte le tasche, le feste nelle maggiori piazze Italiane, la possibilità di connettersi via web cam con le piazze più famose del mondo come quella di New York oppure serate in locali esclusivi.
Insomma niente di originale o alternativo! La famosa citazione di Sandra Mondaini, che noia, che barba che noia…rispecchia il mio stato d’animo in questa vigilia di capodanno, alla ricerca di qualcosa di simpatico  o eccentrico da scoprire. Nel mio “vagare web” approdo a capodanno info. E’ una pagina che raccoglie le offerte suddividendole per tipologia. Entro nell’archivio “Capodanno alternativo” con la speranza di trovare idee interessanti.
Decido di dare un’occhiate alle proposte che dal titolo mi sembrano più alternative:

Passare il Capodanno in un Igloo adesso è possibile!
Il programma si svolge in due giorni e prevede la notte in igloo.
1° giorno: Arrivo, conoscenza guida igloo, salita in seggiovia, trekking con le ciaspole fino al villaggio, cenone capodanno presso rifugio (2 antipasti,
2 primi, 2 secondi con contorni, desert,panettone, vino, acqua, spumante, caffé, digestivo e musica con dj o complessino), pernottamento in igloo.
2° giorno: Colazione in rifugio, escursione con le ciaspole, rientro in seggiovia, partenza.
Costo: €.199,00

Capirai, cenone, discoteca e pernottamento in igloo…..non posso fare a meno di pensare che chi ha ideato questa proposta, si è sprecato in fantasia! Trascorri la serata a tavola e a fare il trenino tra le stelle filanti, poi tutto sudato e magari alticcio te ne vai a dormire in un igloo….ti prendi una congestione e inizi  il nuovo anno in ospedale.
Passiamo oltre..:
Capodanno Mediovale nei Castelli del Padovano:
Il Capodanno Medievale è un contenitore di manifestazioni che coinvolge anche i turisti nella sua realizzazione.
L'evento si svolge in diversi momenti di celebrazione della medievalità dell'area padovana:
    -  La Festa Medievale della Mantella di Montagnana del 1 Gennaio 2011;
 -  il Veglione di Capodanno del 31 dicembre 2010 in un Castello

Il pacchetto speciale di servizi inerenti il soggiorno negli hotels dell'area, i pasti, le guide, le escursioni e gli accessi alle manifestazioni, è acquistabile presso operatori convenzionati o direttamente presso l'organizzazione
.

L’idea sarebbe graziosa se nel castello fosse previsto anche il pernottamento e non solo il cenone, commento tra me.

Trovo alla voce Capodanno da sogno la risposta al pensiero appena espresso:
In un Castello sul Po una proposta da Principi
per trascorrere la notte piu' magica dell'anno

Arrivo al Castello, benvenuto a Corte e sistemazione in camera.
L'inizio dell'aperitivo è previsto per le 20:00 accolti da un camino scoppiettante, dal culatello e da tante piccole raffinatezze tutte da gustare (durante l'aperitivo sarà possibile visitare le storiche cantine dell'Antica Corte Pallavicina, le più vecchie al mondo ancora attive -costruite nel 1320- con aneddoti e curiosità sulla produzione del Culatello)
Gli ambienti saranno illuminati solo a candele per ricreare l'atmosfera dei tempi antichi. Poi a tavola nelle sale affrescate del piano nobile o nella veranda vetrata dove serviremo un menu' speciale creato e curato.
 
 
Carina questa proposta! La pagina web contiene anche un album fotografico del sito. In realtà quello che viene pubblicizzato per un Castello, dalla strutture e  arredi delle stanze, assomiglia più ad un’antica villa Patrizia di campagna .  Questo suggerimento mi ricorda un’esperienza analoga, ma più suggestiva,  vissuta qualche anno fa.
Decisa a trascorrere un week end in Umbria, Google selezionò per me una località denominata Scritto di Petroia, a metà strada tra Gubbio ed Assisi,  e il suo Castello adibito a residenza turistica.  Se le foto del sito mi  avevano affascinato, niente erano in confronto all’atmosfera che trovammo al nostro arrivo.
Il castello in realtà è un piccolo borgo medioevale fedelmente ristrutturato posto sul cucuzzolo di una collina. Le 6 stanze per gli ospiti , seppur dotate degli attuali confort, sono  finemente arricchite di arredi d’epoca . La nostra sistemazione fu nella torre del castello. In pratica una stanza suddivisa su tre piani, con un altissimo lettone in legno  a baldacchino,  da dove si poteva ammirare un panorama  mozzafiato. La grossa sorpresa fu dopo appena dieci minuti dal ns. arrivo;  squilla il telefono e una voce molto formale mi avvisa: “la cena è servita”. Scendiamo, entriamo nel salone del castello. Un unico tavolo imbandito che accoglieva già alcuni ospiti, musica classica di sottofondo e l’illuminazione soffusa delle candele. Un maggiordomo, incaricato degli onori di casa, ci fa accomodare al tavolo assieme agli altri ospiti e ci serve impeccabilmente la cena. Per una sera mi sono sentita una damigella di corte! L’atmosfera era così intensa da farmi sentire per un attimo inadeguata. Avrei voluto avere un abito lungo da sera e non i jeans che indossavo.  Unico neo fu che  lassù sulla torre, i nostri compagni di viaggio a 4 zampe,  Niki e Scotty, innervositi  dalla presenza di vecchi fantasmi o dall’odore della selvaggina, piansero tutta la notte senza farci chiudere occhio!
Colta dalla nostalgia di questo ricordo ritorno a visitare il sito del castello di Scritto e scopro che per le feste di fine anno fino alla Epifania è aperto,  offre pacchetti di soggiorno allietati da serate a lume di candela e letture  di brani teatrali. Visto che non ci posso andare, mi consola che per questo Capodanno ormai non ci sono più posti disponibili.
I Capodanni che preferisco sono quelli che definirei le “zingarate” con gli amici; serate improvvisate in giro per le piazze, evitando accuratamente ll ristorante con cenone o la discoteca a fare il trenino con i cappellini e trombette  di carta.
Di queste “zingarate” ne ricordo un paio con un po’ di nostalgia….
Primi anni ’80, in compagnia di altre tre coppie ci recammo alla stazione ferroviaria, intenzionati a trascorrere il Capodanno nel luogo che il fato ci avrebbe riservato, prendendo il primo treno in partenza.
Quella notte la destinazione prescelta dal tabellone delle partenze fu Venezia. Arrivammo in laguna alle undici di sera, una cena veloce nel primo ristorante disponibile, poi in giro tutta la notte per piazza San Marco, in cerca della calle dove era stato girata una delle scene erotiche del film “La Chiave” con Stefania Sandrelli che tanto avevano stuzzicato la fantasia dei nostri compagni.   Rientro alle 5 del mattino con l’ausilio di più mezzi di locomozione: Treno Venezia- Bologna; Taxi Bologna -San Felice, auto San Felice- casa.
Qualche anno dopo, zingarata a Roma. Ospitati da un’amica di un’amico (quindi mai conosciuta di persona) ci lasciò il suo appartamento per 4 giorni. All’arrivo, questa incredibile persona, ci fece trovare  casa tapezzata di post-it con le indicazioni di dove era riposto tutto il necessario, dalle stoviglie alla biancheria. Di giorno turisti che macinavano Km a piedi, e di sera alla caccia di piatti particolari, come per quei tempi, i primi ristoranti cinesi.
Fu li che assaggiai il mio primo gelato fritto.
Una sera sulla strada del ritorno, esausti, ma decisi a  risparmiare i soldi per un taxi per dar sollievo alle vesciche ai piedi dai tanti km percorsi,  decidemmo di fare una pausa in un bar,  ristorarci con un tè, fiduciosi di riprendere le forze necessarie ad arrivare a casa. Peccato che il tè per 6 persone accompagnato da  4 bignè  lo ordinammo al caffè de Paris, dove ci presentarono un conto di 60.000 Lire !!  All’epoca con quella cifra avremmo viaggiato in taxi per tutti e 4 giorni del nostro soggiorno! Rimanemmo talmente basiti dall’esito di quella speculazione che decidemmo di commemorare l’evento: così, per festeggiare il portafoglio prosciugato dal tè, quella sera rientrammo a casa in taxi.
A distanza di anni, quando nostro malgrado ci accorgiamo di compiere   speculazioni infelici,  quell’aneddoto è diventato un proverbio del tipo: “E’ un affare come  prendere un tè al caffè de Paris per  risparmiare i soldi per un taxi”.

venerdì 24 dicembre 2010

E…BABBO NATALE?

Può il web ignorare Babbo Natale?  Assolutamente no.  Da personaggio leggendario, che la notte di Natale vola nel cielo sulla sua slitta trainata dalle renne, grazie alla rete ora, oltre a vederlo, e possibile dialogare, scrivergli, visitare la sua casa, il paese in cui vive e addirittura conoscere i suoi amici elfi.
In poche parole una persona comune con la differenza che fa una professione un po’ particolare..
Non è un più il personaggio ultraterreno che si credeva un tempo. I bambini della mia generazione che volevano scrivergli, imbucavano la lettera nella cassetta postale e lui magicamente la riceveva.
Oggi Internet fornisce il suo indirizzo:

SANTA CLAUS post office at Santa Claus Village
96930 Napapiiri - Artic Circle
FINLAND

Per i ritardatari timorosi che la loro missiva non arrivi in tempo, niente paura! Babbo Natale, non solo vola nel cielo sulla sua slitta ma è anche informatizzato,  dotato di PC e posta elettronica, ovviamente con estensione .com (data l’internazionalità): info@santaclauslive.com.
Non è più necessario immaginare con la fantasia come sia il paese di Babbo Natale e come vive durante l’anno.
Basta collegarsi al suo sito web per vedere splendide immagini della sua cittadina finlandese; Rovaniemi.  Un fiabesco villaggio del polo nord, nel bel mezzo di un bosco di abeti imbiancato da fitti strati di candida neve.  Le casette  di legno, con i tetti a punta, rispecchiano i disegni delle vecchie cartoline natalizie o le illustrazioni dei vecchi libri per l’infanzia.
Nonostante sia un personaggio assolutamente fuori dal tempo e poco attento al look, scopro che anche lui nel corso dei secoli ha rinnovato il guardaroba, cedendo ai suggerimenti di uno stilista d’eccezione: la Coca Cola.
Storia narra che il vestito di Babbo Natale sia sempre stato verde, fino a quando, nella prima metà del secolo scorso, accettò di diventare uomo immagine e abbandonò il verde per indossare i colori del marchio Coca Cola: il bianco e il rosso. Rinunciò così al significato di quell’abito verde: simbolo di speranza e rinascita e un Babbo dalla cui bocca uscivano piante e fiori in regalo all’umanità, che vuole nei giorni del solstizio d’inverno l’inizio del risveglio, con il sole che riprende il suo cammino allungando le giornate.
Una considerazione mi sorge spontanea: persino Babbo Natale non ha resistito alle lusinghe delle multinazionali…

Scopro così che chi, a un certo punto della mia infanzia, mi ha detto che Babbo Natale non esiste mi ha raccontato una colossale bugia e mi chiedo perché mai l’avrà fatto.
Buffa la vita, scoprire a oltre cinquant’anni che Babbo Natale c’è!

Tuttavia, in tutta sincerità da piccola non avevo molta simpatia per questo personaggio. Ne sentivo parlare dai miei cugini e compagni di scuola, ma a casa mia non passava mai.
Riaffiora il ricordo di una vigilia di Natale a fondo Lughetto. Vidi questo simpatico vecchietto entrare nella cucina dei miei parenti, così  attraversai il corridoio tutta emozionata e curiosa di vedere cosa aveva dentro all’enorme sacco che portava con sé, sicura di ricevere da lui un dono.
Apro la porta e Babbo Natale sta estraendo dal sacco dei pacchi per i miei cugini, mi vede e mentre nasconde il sacco dietro la schiena, chiama i miei genitori che mi ordinano di rientrare in casa mia.
Ma no, dico, aspettate un attimo c’è Babbo Natale, lo voglio conoscere, ha un sacco con tanti pacchi, ne ha dati alcuni ai miei cugini, anch’io devo avere il mio.
Niente da fare, mia madre mi afferra per un braccio e mi trascina via.
Sono scioccata. Perché non posso vedere Babbo Natale e farmi dare un regalo come i miei cugini?
Babbo Natale non ha un regalo per te, mi sento rispondere?
Sconvolta dalla notizia, non posso fare a meno di chiedere: Non sono stata più cattiva dei miei cugini, perché loro hanno il regalo ed io no?

           
La risposta di mia madre: “ Babbo Natale non va a casa da tutti i bambini. Non riuscirebbe a far visita a tutti in una notte sola.  Si dividono il compito con Gesù Bambino e la Befana. Ogni volta che un bambino nasce, si mettono d’accordo per chi dovrà andare a trovarlo. Da te vengono Gesù Bambino e la Befana, se ti comporti bene.”.
Accettai la risposta nonostante la delusione e la stizza con Babbo Natale per avermi escluso dalla sua lista.
Tradizione esigeva che negli anni delle scuole elementari per meritare il dono di Gesù Bambino, con l’aiuto della maestra, si preparava la letterina per i genitori.
Si strappavano le 4 facciate centrali del quaderno (per farne un mini foglio protocollo). La prima facciata era dedicata a un disegno natalizio fatto da me, colorato con i colori a matita e spruzzato di polvere argentata. Quanta attenzione e impegno per quel disegno, che soddisfazione alla fine poterlo ricoprire di colla affinché i magici brillantini si fissassero nelle parti desiderate!
In questa lettera si elencavano le richieste d’indulgenza per le marachelle fatte, con la promessa di non ripeterle e, soprattutto, si esprimeva l’affetto per i propri genitori.
Completata la lettera, si chiudeva in una busta indirizzata a “ai miei cari genitori”. La sera della vigilia si nascondeva sotto il piatto del papà. Così a fine cena, il genitore stupito per la sorpresa l’apriva e leggeva ad alta voce. Il mattino successivo, di fianco la stufa (non avevamo il camino) trovavo il regalo di Gesù Bambino.