giovedì 20 ottobre 2011

AL SUFRIT ! (elogio al ragù) - UN POST SCRITTO A QUATTRO MANI


Una sera come tante, finito di pranzare, mentre io e Loris sorseggiamo il caffè -rigorosamente una sola tazza in due, così non ci fa male alla salute- iniziamo a parlare di scrittura e inevitabilmente la discussione si concentra sulla mia esperienza di blogger e di quanta soddisfazione continuo ad avere in questa avventura.
Lui mi ascolta con un’attenzione particolare.  Mi confessa che tra i brani che ho pubblicato  e definito “i viaggi della memoria” sono quelli che maggiormente ha apprezzato.  Questo giudizio m’intenerisce.
In più, l’esternazione di un suo desiderio non solo mi stupisce, mi lusinga.
“In questi giorni ho rievocato una  passione che tu ben conosci: il ragù. E’ uno dei pilastri della ns. storia culinaria e lo vedo bene inserito nei tuoi viaggi della memoria.  Ho iniziato a scrivere una storia su questo piatto. Io non ho un blog, la pubblicheresti nel tuo? “
Così per la prima volta da che questo blog è nato, un post scritto a quattro mani:


E’ pronto !!!
Tuona con voce decisa mia moglie.  Affacciata alla finestra della cucina, mi avvisa che la pasta è già in tavola, perlomeno è quello che s’intuisce dal tono, anche se in realtà non è del tutto vero.
E’ fiduciosa che il richiamo dato con un piccolo anticipo almeno una volta su cinque dia il risultato di sedere a tavola assieme.
Conosce bene le mie abitudini, il piacere sottile di prendere tempo per finire un lavoro che, senza farlo di proposito, ho iniziato qualche minuto prima ma che immancabilmente mi fa tardare l’inizio del pranzo.
“Che si mangia ?”  Chiedo.
Maccheroni con ragù risponde.
Ahh…. il ragù , che bello penso tra me e me. Devo dire che solo l’evocazione mi stimola la fame!
Un bel piatto di pasta ben condita , una nevicata di formaggio grana, una forchettata dopo l’altra e, per finire,  scarpetta  con pane fresco.
 È il mio piatto preferito, mi mette di buon umore.
Devo ammettere che mia moglie è bravissima nella preparazione del ragù, le riesce sempre bene.  Chissà se è una questione di esperienza, d’ingredienti segreti, di proporzioni esatte di carne suina e bovina o qualche parola “magica” recitata poco prima di aprire la pentola a pressione?  Sta di fatto che il prodotto finale incontra sempre il mio gusto.
La pentola a pressione…che bella invenzione, si butta tutto dentro, frasi magiche comprese, tempo 30-40 min e il miracolo è fatto.  Tutto da gustare !
Riaffiora Il ricordo lontano della preparazione del ragù nella casa dei nonni paterni, dove la zia Maria, sorella di mio padre, si metteva all’opera.
La preparazione di questo piatto  per i miei occhi di bambino non era  un semplice gesto quotidiano, era  un rito .
Il primo passo era estrarre il tagliere di legno, la  cipolla rossa di Tropea,il sedano e la carota
Ricordo ancora lo stupore che provavo a seguire questi processi, soprattutto  come mia zia potesse tagliare così velocemente  la cipolla a fette sottilissime, tutte dello stesso spessore,   senza mai tagliarsi le dita…..
Bagnava con un filo d’ olio d’oliva un pentolino, versava tutto il contenuto del tagliere nel tegame e accendeva il fornello.
Dopo un paio di minuti , appena l’olio era bollente, le verdure iniziavano  a soffriggere.
Da qui il termine “ soffritto” o meglio in dialetto emiliano “al sufrit”.
La cipolla e gli altri ingredienti riempivano la cucina di un profumo appetitoso e rassicurante , quasi un preludio per quello che sarebbe stato il risultato.
Rosolata la cipolla, il sedano e le carote , si aggiungeva il macinato di carne ( manzo e maiale). La carne non doveva cuocere a lungo, in gergo  andava “scottata” per qualche minuto per poi aggiungere infine la salsa   di pomodoro ( la conserva , la chiamavano a quei tempi) e un po’ di concentrato sempre di pomodoro diluito in mezzo bicchier d’acqua.
Messi in pentola tutti gli ingredienti s’iniziava a mescolare  quello che dopo alcune ore di attenzioni si  sarebbe  trasformato in ragù.
Le massaie , mia zia compresa ( le razdore , nel dialetto locale) , erano sempre impegnate in più faccende  contemporaneamente.
Mentre il ragù si cuoceva, si procedeva a  rifare i letti , raccogliendo lenzuola , coperte e cuscini stesi sul davanzale delle finestre, già dal primo mattino, per prendere aria.
Si spolveravano le stanze , si raccoglievano eventuali oggetti sparsi  per rimetterli a posto ma tra un’attività e l’altra,  la tappa in cucina per mescolare il ragù era d’obbligo.
Non si doveva dare tempo al sugo di attaccarsi al fondo del tegame e tanto meno si poteva correre il rischio di far bruciare tutto il contenuto.
 Eh già….. perché all’epoca , primi anni 60’ , le pentole con fondo antiaderente di teflon ( uno dei risultati di laboratorio di qualche decennio successivo ) ancora non esistevano.
Se lasciavi sul fuoco la pietanza senza mescolarla , si otteneva una bella incrostazione sul fondo e per toglierla bisognava farla macerare in acqua tiepida per almeno mezza giornata!
Tutto sommato, per ottenere un risultato ottimale , dall’inizio dei  preparativi,  il tempo di cottura , tra una mescolata e l’altra,  servivano almeno 3 ore.
Era necessario iniziare a cucinare  alle 9,00 del mattino per aver il ragù pronto a mezzogiorno , ora di pranzo.
La pasta , di solito maccheroni o tagliatelle , tolta dal fuoco dopo una decina di minuti di cottura,   scolata dall’acqua , veniva rimessa nel tegame, condita con il ragù appena fatto e servita nei piatti dei commensali .
Il primo ed essere servito ero io. Mai soddisfatto del condimento , non iniziavo a mangiare senza chiedere  : “è rimasto un po’ di ragù nel tegame ?”  Solitamente il desiderio veniva esaudito con un abbondante cucchiaiata   di sugo messa direttamente in cima alla pasta nel mio piatto.
Credo che in ognuno di noi , per quanto diversa possa essere la storia di vita vissuta ,  rimangano impressi nella mente certi momenti del passato;  a volte  tristi, a volte  allegri , storie di amori vissuti,  indimenticabili serate passate in compagnia di amici , oppure lo stupore  provato ad ascoltare i racconti dei nostri genitori o dei nostri nonni, dei tempi di guerra e  di carestia , di usi e costumi del secolo passato.
Tuttavia tutti questi ricordi  -  come citava il protagonista di Blade Runner -  “ andranno perduti come lacrime nella pioggia “ perché il mondo và veloce e non c’è tempo per sentimentalismi. Non c’è tempo per osservare , non c’è tempo per riflettere ne tantomeno il tempo per gustarsi un bel piatto di pasta.  Tutto ruota intorno al business , che in quanto tale , non aspetta la fine del pranzo.
Io credo di essere rimasto sinceramente fedele e affezionato a quei ricordi. Sono sicuro che se potessi vedere il trascorso della mia vita , da adolescente, adulto , padre, nonno , a intervalli regolari si noterebbero diversi fotogrammi in cui compare un bel piatto di pasta al ragù.
Questa riflessione, a grandi linee , spiega il mio approccio con questo particolare cibo.
Come dice il poeta: “Dimmi come mangi e ti dirò chi sei “.
Io non so esattamente chi sono, ma come ama suggerire spesso mia figlia, quando pazientemente ascolta gli sfoghi della madre riguardo al mio pessimo carattere: “Fagli un bel piatto di maccheroni con il ragù e vedrai che tutto torna alla normalità”.
Loris

martedì 11 ottobre 2011

EH…GIA’ SONO ANCORA QUA! (PARCO MASSARI – IL CEDRO IN CATENE)

24 Novembre 2010  ore 22,35: mail di Google Alert – Parco Massari.
Titolo: Il cedro del libano di Parco Massari, l’ufficio verde del comune…..da cronache del Comune di Ferrara.

Testo del comunicato:

Con riferimento all’articolo dal titolo “Cedro del Libano nella morsa d’acciaio” pubblicato il 22 novembre scorso da Il Resto del Carlino, l’Ufficio Verde del Comune di Ferrara puntualizza che la condizione vegetativa dei cedri del Libano di parco Massari è oggetto di un costante monitoraggio da parte dei tecnici comunali e di consulenti esterni, italiani e stranieri.
Per quanto riguarda in particolare la pianta a cui si fa riferimento nell'articolo, si sta finalizzando in questi giorni un progetto per rimuovere la vecchia struttura in ferro e per garantire la stabilità dell'albero con una struttura più rispettosa della sua fisiologia. Il progetto verrà realizzato entro la prossima primavera
.

Ricordo ancora il sollievo che provai a leggere quel comunicato. Avevo vissuto la notizia come un bel modo di rendere omaggio all’ambiente e alla bellezza che la natura dona al genere umano.

Se fossi stata chiamata a lanciare una navicella nello spazio con un messaggio universale dell’umanità agli extra terrestri, assieme al brano musicale del film  “Incontri ravvicinati del terzo tipo”,  avrei aggiunto l’articolo che la promessa di un sostegno  più consono  alla possente struttura  del cedro era stata mantenuta.

Da allora ho continuato a monitorare le notizie sulla salute della pianta, ma a distanza di ormai un anno Google Alert mi ha proposto solamente articoli sul traffico, manifestazioni all’interno del Parco, incidenti davanti ai cancelli e addirittura l’apparizione in cielo  di “un globo luminoso”, poi improvvisamente scomparso, in compagnia di altri due globi naviganti in formazione che attraversavano la volta celeste…..

 Accipicchia! Vuoi vedere che erano ufo in ricognizione? Gli extra terrestri leggono nel pensiero degli uomini? Con tanta gente al mondo, hanno forse scelto i miei pensieri??

In questi ultimi mesi, senza notizie,  la curiosità di verificare di persona le condizioni del Cedro diventava via via più insistente ma il tempo, purtroppo tiranno, m’impediva di soddisfarla.

Un pomeriggio di una decina di giorni fa ricevo una mail della mia amica Carla. M’inoltra il collegamento a una pagina web che pubblicizza una mostra pittorica a Palazzo Diamanti “Gli anni folli, La Parigi di Modigliani, Picasso e Dalì  “ con un suo commento: “Domenica sono libera ti andrebbe di andare a visitare la mostra?”.

“Certo, che mi va” rispondo entusiasta.

Oltre al piacere di trascorrere un pomeriggio in compagnia di Carla a contemplare il bello che l’arte trasmette, mentre aspetto che  mi raggiunga, capisco che finalmente è anche venuto il momento di soddisfare la mia curiosità: vedere con i miei occhi come sta il Cedro del Libano!

Sono le tre del pomeriggio quando la macchina della mia amica parcheggia davanti a casa mia. Salgo e ancor prima che lei ingrani la marcia, esordisco: “Oggi è una splendida giornata di sole, Parco Massari e quasi dirimpetto a Palazzo Diamanti. Ti dispiace se facciamo una visita anche lì? Ho una missione da compiere. Voglio rendermi conto delle condizioni di salute di un albero”.

Stranamente Carla non è stupita. Afferra subito il mio pensiero. “Si tratta del Cedro del libano citato nel tuo blog?”

Si, rispondo sorridendo.

“Ora sono le tre, la mostra è aperta fino alle sette, abbiamo tutto il tempo di visitare anche Parco  Massari”. Inoltre, incalza Carla, dopo tutto quel leggere sul tuo blog di quel luogo e di quell’albero sono proprio curiosa di vederlo”.

Così, appena arrivate in città, parcheggiata la macchina, dopo aver sostato davanti al distributore del ticket con il dilemma la domenica, si paga oppure no, aver convenuto che quando c’è il simbolo degli attrezzi incrociati i giorni festivi non si paga, la prima meta è Parco Massari.

Avvicinandomi provo una certa emozione. Intravedo già i rami del cedro che debordano dai cancelli del parco. Senza rendermene conto affretto il passo nell’intento di scorgere il tronco e il famigerato anello che lo avvolge a sostegno.

L’articolo di Novembre diceva che l’anello d’acciaio sarebbe stato sostituito da uno “estendibile” con doghe di legno in modo da poterlo adattare alle sue dimensioni attuali e future.

Sono di fronte a quello che ormai considero il mio albero ideale, solo le inferriate dei cancelli ci dividono e l’emozione è forte. Questa pianta monumentale è immensa. Pali d’acciaio sostengono rami grandi come tronchi. Le fronde sono ancora piene di foglie. Ai piedi della pianta la panchina per i visitatori.

Questa volta i ricordi non mi hanno tradito. E talmente bello e maestoso che commuove e, al tempo stesso, incute soggezione.

Guardando però verso il basso, alla radice del tronco, la beatitudine si spegne.

C’è un anello d’acciaio…senza doghe di legno!

Nooo, non ci posso credere! Entro nel parco e  completo l’ispezione tutt’intorno all’albero. Delle doghe di legno nessuna traccia.

Il cedro è ancora “strozzato”. L’anello è talmente stretto che nella parte superiore il tronco ha formato una grossa protuberanza simile a un’ernia! Il collare ha definitivamente deformato il tronco. Sembra la caviglia di uno schiavo in catene, diventato uomo con un cerchio da bambino mai cambiato o, addirittura, i piedi delle donne giapponesi che da fanciulle erano costrette a portare scarpe piccole per non farli crescere.

 Mi sento un tantino indignata. Come al solito tante belle promesse e dimostrazioni di sensibilità poi, quando è il momento di concretizzare le buone intenzioni….il nulla.

Carla sente la mia delusione, mi allontana dal cedro in schiavitù invitandomi a una passeggiata.  Erano decenni che non percorrevo i sentieri alberati del parco. Rivedo la fontana centrale, dove gli studenti l’ultimo giorno di scuola si tuffavano, la sorgente con la bocca di leone, dove infilare la mano dentro significava esternare una verità (fosse stata una bugia la bocca si sarebbe chiusa inghiottendo l'arto),  la collina a ridosso delle mura di recinzione: mi rivedo ragazza bivaccare ascoltando Jimi Hendrix, sognando pace, amore e fratellanza…. Poi, sempre in fondo al Parco ma sul lato sinistro, oggi come allora, il bar famoso per i frappé alla frutta. La tentazione di ordinarne uno dopo oltre trent’anni è forte ma il luogo è affollato e Carla ed io dobbiamo ancora visitare la mostra, così mi accontento di un caffè  dirigendomi poi verso l’uscita.

Prima di varcare di nuovo i cancelli, un ultimo sguardo all’imponente cedro….una leggera brezza si alza e il fruscio delle sue fronde pare mi sussurri: Ehh ….già sono ancora qua!!  Con la linfa che batte, nonostante l’incuria dell’umanità resisto e sono ancora qua!!!

Vorrei avesse continuato il testo della canzone di Vasco…”sembrava la fine del mondo, invece sono ancora qua grazie alle cure dell’umanità”.

La consolazione arriva con la visita alla mostra, un giro al giardino botanico e un ristorantino in zona San Romano gustando gli sformatini di zucca e formaggio…..ma il povero cedro in catene resta ancora nei miei pensieri…..Cedro mi raccomando, fai come Vasco non arrenderti!