E’ il lunedì di Pasqua, mentre scorro le mail della posta, ne arriva una nuova. Si tratta di Cinzia. Finalmente si fa viva penso mentre apro il messaggio.
La lettera è chilometrica. Inizia con i suoi ringraziamenti per esserle stata “virtualmente” vicina in uno dei periodi più oscuri della sua vita. Sento che le frasi che scrive non sono di circostanza, cita il mio blog, il racconto che le ho dedicato, i messaggi lasciati sul suo, le mie mail; lo fa con il calore, la stima e l’affetto di una donna che ha sentito la solidarietà di un’altra donna.
La sorpresa della sua reazione mi commuove fino a farmi piangere. Ero convinta di non aver fatto nulla di speciale per lei, se non riflettere sulla sua storia e lasciarle qualche messaggio di sostegno, ma, da persona attenta qual è, ha catturato i sentimenti che volevo trasmettere…
Dal giorno in cui ha visto la mail del marito con scritto “ti amo” a un’altra donna, i colori della sua vita hanno assunto tonalità completamente diverse, al punto da mescolarsi tra loro fino a renderli indistinguibili.
In questi mesi racconta di aver vissuto tutti gli stati d’animo che si possono provare.
Le emozioni sono state e sono violente e vorticose, per rendere l’idea le descrive come trovarsi su di un seggiolino volante del calcinculo senza mai riuscire a prendere la coda…
L’inquietudine che la attanaglia la domina come può.
Prova a tuffarsi nel lavoro ma le ferite e l’umiliazione spesso la travolgono al punto da scoprire sulla sua pelle cosa significa soffrire di crisi d’ansia. I muscoli del torace si contraggono fino a provocare dolore allo sterno, poi l'irrigidimento si propaga, arriva ai bicipiti per scaricarsi sulle dita delle mani che improvvisamente s’indolenziscono. Nel frattempo, il respiro si accorcia il cuore inizia a pompare veloce, nel tentativo di ristabilire l’equilibrio.
Non ci sono campanelli d’allarme che la aiutano a prevenire questi attacchi, l’unica cosa che riesce a fare è assecondarli senza spaventarsi. Se le capita di giorno, fa due passi poi ritorna alle sue occupazioni.
Di notte, è costretta ad alzarsi, si siede al buio in salotto e aspetta, oppure anche quando questo non è sufficiente, infila la giacca, prende le chiavi dalla borsa, esce e si fa due giri a piedi dell’intero isolato.
Mi descrive una di queste sere. Sono le due di notte, il divano non l’ha aiutata e l’ansia batte i suoi colpi uno dietro l’altro. Decide di uscire. Il marito sente la porta che si apre, chiede dove sta andando.
Esco, dice lei. Inizia il giro dell’isolato, indossa una tuta, le ciabatte e un giaccone di lana. Questo giaccone non è suo, è di colui che un tempo era il suo uomo.
Nel suo girovagare notturno incrocia la macchina dei carabinieri che le si accosta.
Spera che non la fermino. Non saprebbe cosa raccontare del perché una cinquantenne sola è in giro a quell’ora di notte praticamente in pigiama! Fortunatamente i carabinieri quasi percependo i suoi pensieri accelerano e vanno via.
Per due volte passa davanti a casa sua. Le finestre sono tutte buie, nessuno in casa la sta aspettando. Alle tre e mezzo rincasa. Nessun rumore. Non sa se suo marito nel frattempo si è addormentato, sa solo che cinque minuti dopo che è rincasata lo sente russare.
Quella notte l’ansia la abbandona alle cinque del mattino.
E’ il momento in cui tutti i colori della sua vita si sono mescolati restituendo una tonalità indecifrabile.
Se la notte porta consiglio, in quelle ore comprende che non sta facendo nulla per modificare lo stato delle cose, se non aspettare che sia suo marito ad assumersi le sue responsabilità e di conseguenza fare le sue scelte (ma l’uomo persevera sulla strada del silenzio e del non agire).
L’unico risultato ottenuto è che durante quest’attesa l'autostima di Cinzia si è azzerata. Nelle discussioni avute, che sempre e solo lei ha cercato, mai una volta ha visto in lui un moto di apertura. Non vuole parlare di cosa sta facendo o di cosa prova. Il suo atteggiamento è quello delle tre scimmie: non vedo, non sento, non parlo.
Tuttavia, da quanto scrive Cinzia, l’interpretazione che lui da è quella omertosa del “Compare Turiddu”:
“Non vedo il male che sto facendo”, “non voglio sentire il male che provoco”, “non voglio parlare del male che faccio”. Per dare una nota umoristica a quest’atteggiamento, manca solo la quarta scimmia che come tutti i personaggi omertosi disegnerei con le mani congiunte: “Pronuncio due preghiere per liberarmi dai peccati che regolarmente compio”.
In realtà, secondo quanto asserisce Wikipedia, bisognerebbe spiegare a questo signore che quest’icona ha un significato, un tantino più profondo:
Le tre scimmiette si tappano con le mani rispettivamente gli occhi, le orecchie e la bocca. I loro nomi sono “mizaru”, “kikazaru” e “iwazaru” e significano rispettivamente “non vedere il male”, “non sentire il male” e “non parlare del male”.
L’unica costante che ripete è quella di non essere innamorato di nessuna delle donne che frequenta, che lo sbandamento è dovuto al fatto di aver ritrovato quella fisicità che con Cinzia ha perso.
Dulcis in fundo, quando si sente braccato dalle insistenze di lei, trasforma in difetto anche l’intelligenza. La critica dicendo che vivere con persone intelligenti come lei è faticoso. Molto meglio e sicuramente meno impegnativo è avere a che fare con persone dotate di scarsa intelligenza, le possibilità di essere padrone "del palcoscenico" sono maggiori.
Leggendo questo passaggio della storia mi torna alla mente un commento che la mia amica Carla ha lasciato un po’ di tempo fa, che dedico volentieri a questo maschio:
aforisma del giorno... Le donne stupide sono la salvezza per quegli uomini che altrimenti non avrebbero nessuna possibilita'. :-)).
Così, oltre a sentirsi umiliata nella sua femminilità, Cinzia è colpita e affondata anche come donna, tanto che per un po’ di tempo effettivamente si sente completamente sbagliata, fuori posto, inadeguata, vecchia, misera, ma fortunatamente non è ancora masochista.
Per non soccombere a una latente depressione. prova ad alzare la testa. La molla che la spinge a risalire dal pozzo in cui il coniuge l’ha buttata e la ricerca di conferme sulla sua personalità.
Non è mai stata nella sua natura chiedere aiuto, preferisce darlo, ma in questo caso è consapevole che le sue forze non sono sufficienti, così si rivolge agli amici, quelli che, anche se non li frequenti sempre, inconsapevolmente credi che per te ci sono in qualsiasi istante della tua vita.
Con meraviglia e commozione, nessuno di loro la abbandona, anzi in questo periodo si sente custodita come non avveniva da tanto tempo, fino a percepirne un lieve imbarazzo.
Il timore di condizionare le vite altrui con le sue vicende le suggerisce di non essere pressante, anche se tutti quelli cui si è rivolta, le dimostrano affetto e cure continue.
Più del parere delle amiche, cerca un confronto e un punto di vista maschile. Ha bisogno di capire cosa sta succedendo al suo rapporto, se è davvero così sbagliata come la fa sentire il marito.
All’amico che lei vede come un fratello confessa che il marito, dopo aver trovato donne dell’età della figlia, non sente più per lei l’attrazione fisica di un tempo.
La sua considerazione aiuta Cinzia a iniziare a dividere tutti quei colori mescolati nella tavolozza delle sue emozioni:
“Non so cosa stia vivendo tuo marito, ma un compagno non si cambia perché è diventato vecchio, come fosse una macchina, il tempo è passato per entrambi non solo per te. L’attrazione fisica, come tutte le cose si evolve e si trasforma. A questa considerazione tuo marito probabilmente non è ancora arrivato. Preferisce celare il capo sotto la sabbia, illudendosi che cambiando donna la sua sessualità ritorna a esser quella di un ventenne. Credimi, non è così. E’ lui che deve evolversi e modificarsi in funzione della sua età, non tu. Tu questo l’hai già fatto. “
Nel frattempo la sua femminilità deturpata comincia a ribellarsi. In cuor suo sa e percepisce di non aver mai perso il suo sex appeal, semplicemente l’ha solo lasciato nelle mani di una sola persona che anziché coltivarlo, l’ha scordato e poi calpestato.
Per riprendersi la sua autostima ha bisogno sentirsi ancora affascinante e attraente agli occhi di un uomo.
Cinzia abbandona il blog sereno e tranquillo di quando i colori della sua vita avevano i toni dell’arcobaleno e s’iscrive a un paio di siti che promettono l’anima gemella.
L’esperimento funziona. Nel mucchio degli uomini spudoratamente materialisti, conosce un paio di persone con cui sente una certa affinità. Iniziano a scriversi: il primo ha una storia pressoché identica a quella di Cinzia, palesemente in cerca di una compagna; l’altro un po’ più discreto, sposato alla professione di psicoterapeuta, si accontenta anche dell’amicizia.
A loro insaputa queste due persone sono state la giusta medicina per lenire l’umiliazione inferta alla femminilità di Cinzia.
Dopo tanto tempo si è sentita di nuovo corteggiata, apprezzata e anche desiderata.
Acquisisce così la consapevolezza che il sex appeal non è un dono a scadenza con l’età, tipo lo yogurt. Le persone che ne sono dotate se lo portano sempre con sé.
Con un pizzico di malignità, si collega al social network, dove due delle amanti di suo marito sono iscritte. Le guarda con la tentazione di lasciare un messaggio ma evita, non vuole mescolarsi in quel fango.
Tuttavia, da quanto scrive il messaggio potrebbe pressappoco suonare così:
“ E’ facile far girare la testa a un nonno quando si hanno tra 34 e 42 anni. Mettete alla prova la Vs. fisicità con i vostri mariti oppure, ancora meglio, provate quando avrete cinquant'anni. Vi accorgerete che la vostra appena sufficiente fisicità non basterà. Avrete bisogno di personalità…questa non si compra, è un dono che deve essere coltivato nel tempo. Da quanto ho avuto modo di leggere nei messaggi che entrambe mandate a mio marito, voi due di strada da fare ne avete ancora tanta. Mia nipote di tre anni in questo già vi batte !”
E’ il momento di fare delle scelte. Cinzia capisce che non vuole vivere accanto ad un uomo che non la desidera, lo invita ad andarsene. Lui in un primo momento appare sconcertato, non vuole lasciare le sue cose e la sua casa, le propone di vivere sotto lo stesso tetto, facendo ognuno la propria vita. Cinzia non ci sta, insiste fino quando lui fa le valige.
E’ difficile, deludente e triste rientrare senza nessuno che ti aspetta, ma sempre meno umiliante che vivere in tre o quattro (dipende dai momenti).
Le lacrime continuano a scendere, ma le crisi d’ansia un po’ si attenuano. Cinzia non ha paura della solitudine, è nella sua casa, tra le sue cose, i suoi affetti più cari sono vicino a lei. Sa che la aspetta uno stile di vita più sobrio ma questo pensiero non le pesa soprattutto se questo è il prezzo per una dignità ritrovata.
Le lacrime scendono perché lei, a differenza di lui, sa dare il giusto valore e peso ai sentimenti.
Il marito decide comunque di mantenere i suoi compiti materiali anche stando fuori di casa, tipo la cura del giardino. Lei non si oppone, quando lui arriva, lei fa in modo di essere fuori di casa per non incontrarlo.
Passa così una settimana, poi un lunedì mattina il telefono di Cinzia squilla.
E’ il marito. Dal tono di voce non è felice. Confessa che la vita da “zingaro” che sognava non è quello che vuole, le dice che trantasei anni di convivenza hanno un valore e che dovrebbero sforzarsi di preservarli. La apostrofa con tutti i nomignoli che per lei ha sempre utilizzato nei momenti di tenerezza.
Le propone di incontrarla perché si sente pronto ad aprirsi e raccontarle cosa sta succedendo al loro rapporto, aggiunge che solo se si è insieme, si può salvare.
Queste parole Cinzia le aspettava da mesi, ha la sensazione che suo marito finalmente voglia veramente impegnarsi a superare questo brutto momento.
Arriva il fine settimana, mentre la macchina di lui parcheggia davanti alla loro casa, lei sta strofinando le scale esterne. Lui entra la saluta, la bacia tre volte, le scosta con una carezza i capelli dalla fronte e la guarda negli occhi. E’ lo sguardo che voleva vedere Cinzia, ma dura un attimo, un lampo d’imbarazzo, poi diventa l’espressione di sempre. Escono a cena. Lui per tutto il tempo parla del suo lavoro, poi finito di mangiare, si siedono fuori dal ristorante e iniziano a parlare delle loro vite. Le ripete le stesse cose dette al telefono, ma con meno trasporto.
Arrivati a casa, Cinzia fa un tentativo e chiede: “In che letto vuoi che dorma questa notte?”. Lui: “In quello in cui ti senti più comoda.”
Questa risposta è stata la prima stazione della Via Crucis di Cinzia in questa Pasqua.
Il giorno seguente, la convivenza non cambia rispetto a prima. Cortesia, gentilezza, resoconto sulla giornata lavorativa, pennichella sul divano prima di coricarsi.
Arriva il sabato, tutto esattamente come prima che Cinzia lo spingesse fuori di casa. Esasperata lei glielo rinfaccia. Dalla discussione esce che lui rinnega tutto quello che aveva detto il lunedì scorso, che continua a frequentare le sue amanti, che Cinzia come solito non ha capito niente.
Lui pensava che dopotutto fosse accettabile continuare a vivere con una persona che rispetti, apprezzi e stimi, anche se non si prova più attrazione fisica. Se le convivenze si basano su questi quattro valori a Cinzia ne manca poi solo uno (cosa sarà mai dopotutto!), in più…c’è il fatto economico, due case da mantenere richiedono un grosso sforzo!
Cara Marisa, mi scrive, questo è quello che mio marito mi ha fatto trovare nell’uovo di questa Pasqua 2011.
Oggi lunedì dell’Angelo, prima di andare via per lavoro (dice lui) mio marito ha detto una cosa che in parte condivido: “Questa storia è come un cancro che logora il nostro rapporto. Ti avevo chiesto tempo ma tu non me né dai e si rischia che dall’umiliazione si passi al rancore, sentimento dal quale è difficile uscirne ”. E’ vero, risponde Cinzia, ma avevamo deciso di curarlo questo tumore. Nonostante ciò, sei tornato senza medicine, così io dopo tutti questi mesi rischio di ritornare allo stadio iniziale della malattia se ti seguo. Io, il mio impegno l’ho messo tutto ma tu, ancora una volta, non hai fatto nulla. L’unica cosa che vuoi è vivere con me concedendoti di fare sesso con altre.
Il messaggio di Cinzia termina qui.
Le rispondo e nel tentativo di alleviare la sua pena, le ricordo che oggi è si il Lunedì dell’Angelo ma è anche il giorno della liberazione.
“L’avvenenza riesce. Essa rasserena ed è bella, ma spesso rimane solo ornamento esteriore. Va bene per piccole imprese. Per decidere su grandi questioni occorrono tutt’altre forze, tutt’altra serietà! Cinzia tuo marito da maschio si deve trasformare in uomo!
Non ripetere l’errore di calpestare la tua dignità per i capricci altrui. Come ha scritto qualcuno che non ricordo:
“Non cercare ciò che hai perso. Le cose perdute , bisogna solo smettere di cercarle, se vorranno essere ritrovate lo faranno. A quel punto starà nella scelta del giusto raccoglierle o lasciarle ad altri. ”
lunedì 25 aprile 2011
mercoledì 20 aprile 2011
I SITI TRUFFALDINI E LE PETIZIONI
Da blogger quale sono diventata, i commenti ai post che scrivo stanno come le bibite agli assetati.
Le opinioni di chi mi legge sono motivo di confronto e una continua fonte d’idee a scrivere nuove storie.
Da qualche tempo non devo più aspettare di rincasare per collegarmi con il portatile al mio PC IN REGALO. Posso farlo ogni volta che ne sento il bisogno, in tutti i momenti liberi della giornata: pausa caffè, nicotina o pranzo.
Grazie al mio fantastico telefono intelligente, il mio blog è sempre con me in borsetta, assieme alle chiavi, il portafoglio e il rossetto!
Purtroppo, quasi mai mi trovo in luoghi coperti da rete Wi Fi libera, così a farne letteralmente le spese è la mia scheda telefonica che ricarico più spesso di quanto facessi prima.
Consapevole che chi gioisce veramente è il mio provider, mi consolo dicendomi che non è una ricarica in meno che mi farà ricca.
D’accordo, mi dico mentre mi dirigo alla pausa sigaretta con il mio ormai inseparabile telefono, non è una conclusione profonda e tantomeno sensata, ma per bilanciare la mia autostima cerco una risposta al mio impulso un tantino superficiale e conio la seguente citazione: i piccoli difetti servono a forgiare le virtù!
Mentre aspetto che il mio provider mi colleghi a Blogger sorrido da sola pensando: Beh…come citazione forse è un po’ esagerata, ma mi piace! Chissà che riconoscere i propri limiti non aiuti a diventare più saggi e tolleranti nei confronti di tutte quelle prove che la vita t’impone quotidianamente.
Come sempre, la prima pagina che si presenta è quella delle visualizzazioni giornaliere.
Oltre ai soliti “Zingara” e “Affidiamo il nostro futuro ai Tarocchi”, in elenco trovo anche “I Trova Lavoro on Line”.
Quest’ultima è una storia che ho scritto circa sei mesi fa, nonostante rappresenti per me uno dei racconti più sentiti nel momento in cui l'ho creato, a differenza di altri non ha avuto un grosso numero di visualizzazioni.
Piacevolmente sorpresa, noto che qualcuno ha lasciato un messaggio.
Prima che la sigaretta finisca, mi sbrigo per accedere alla sezione commenti. E’ di un anonimo:
Buongiorno, Su LinkedIn è partita una discussione su Experteercareer e su tutti i siti si cerca lavoro. Devo dire che, purtroppo, ci sono stati tanti riscontri e tanti commenti su come i siti sono ingannevoli, poco chiari e in più, chiedono soldi ai candidati per visualizzare le offerte di lavoro. In merito a questa discussione, ho fatto partire una raccolta firme che troverà a questo link. Aiuta a diffondere la voce, condividi e firma la petizione. E' ora di fare chiarezza.
http://www.petizionionline.it/petizione/experteercareer-pubblicita-ingannevole/3867.
Mentre salgo le scale per raggiungere il mio ufficio, con un sorrisino compiaciuto e con un pizzico d’immodestia, realizzo che forse il mio piccolo “PC IN REGALO” ha anticipato le discussioni del patinato social network per alti profili LinkedIn, (che peraltro ospita la pubblicità di Experteercareer) frequentato per lo più dai VIP del mondo del lavoro!
Experteercareer si presenta come una società specializzata nella selezione di offerte di lavoro per dirigenti e quadri aziendali. Una volta fatta l’iscrizione, propone alcuni annunci (che peraltro si trovano anche in tutte le altre agenzie online) poi inizia a martellare gli utenti con e-mail quotidiane, invitandoli a sottoscrivere un abbonamento a pagamento chiamato Premium affinché i fruitori di questo servizio possano entrare in contatto con gli Head Hunter specializzati in alti profili.
Il testo della mail è sempre lo stesso:
Una delle prerogative degli utenti Premium è di vedere, ne Il mio Experteer, se e quali Head hunter hanno già consultato il loro Profilo, così come di rispondere alle eventuali richieste di contatto ricevute dagli Head hunter.
Investi sulla tua carriera e aumenta le possibilità di entrare in contatto con gli Head hunter
Ti aspettiamo!
Il team Experteer
Ho trovato così utile questa prestazione che ho incluso il mittente tra gli indesiderati.
Compiaciuta, pregusto già la serata.
Sbrigate le faccende, mi collego a LinkedIn in cerca dell’area discussioni. Entro nell’home page ma ahimè nessuna traccia di questa “nobile bacheca”.
Uffa, ma dove sarà mai…
Chiedo aiuto a Google, mi posiziono nella finestra di ricerca e digito area discussioni: come sempre l’oracolo non mi delude, mi dirige all’interno di questo forum. La discussione, tutto sommato, non rileva tanto di più di quanto già non sapessi. La nota positiva è che non sono la sola a giudicare inutile e un tantino ingannevole il servizio di quest’ Agenzia che promette di trovare lavoro in cambio di un compenso mensile per la selezione.
Un tempo l’opinione pubblica si scandalizzava per le bustarelle che qualcuno pagava in cambio di un’assunzione, ora con il proliferare di questi discutibili servizi, sembra legittimo dover pretendere di sottoscrivere un abbonamento mensile per ricevere e-mail quotidiane di offerte di lavoro improbabili.
Confrontando l’evoluzione che questo genere di approcci ha avuto nel tempo, c’è da chiedersi in fondo cosa sia cambiato.
Probabilmente chi riceveva la bustarella, il posto di lavoro in cambio lo dava. Ora si pagano abbonamenti per ricevere mail che contengono solo promesse.
Scoprire che qualcuno ha lanciato una petizione in segno di protesta, mi concilia con il prossimo.
Rincuorata, decido di unirmi alla petizione.
Mi dirigo all’indirizzo segnalato dal mio anonimo lettore e trovo il seguente comunicato:
All'attenzione dell'Associazione consumatori sulla pubblicità ingannevole
Experteercareer, viene descritto come un "leader di servizi personalizzati di carriera per professionisti con esperienza." Ma, questo servizio cosi ben pubblicizzato, ma, tanto ingannevole, si è dimenticato o ha proprio omesso alcune cose. Il sito è aperto sia alle aziende che ai candidati, ma, per poter usufruire di tali presunti servizi bisogna pagare. Insomma, per poter visualizzare gli annunci e rispondere alle candidature, bisogna pagare una quota mensile. Da prendere in considerazione il fatto che tali annunci si trovano tranquillamente su altri siti e vari motori di ricerca.
E' ora di denunciare un fatto grave, ingannevole e poco cristallino.
Facciamo arrivare questa voce alle orecchie delle persone competenti che possano fare chiarezza e soprattutto, che possano tutelare non deve pagare per trovare un lavoro.
La pagina web si chiama Petizioni On Line. Si presenta come un sito libero e indipendente, oltre a sottoscrivere le petizioni già lanciate offre l’opportunità a chiunque di proporre la propria.
In aggiunta a quella su Experteercareer ne ho contate 175. Gli argomenti sono i più svariati. Spaziano dalla pena di morte al WI FI gratuito in tutte le città Italiane…
La cosa più curiosa però è che anche qui è richiesta una donazione! La motivano a sostegno dell’indipendenza del sito.
Propongono il pagamento tramite paypall o carte di credito con un importo proposto di 50 Euro (suggerito perché la finestra con l’importo è modificabile).
Il sorriso compiaciuto del pomeriggio lascia il posto a un ghigno amaro.
Questi signori denunciano l’inganno utilizzando la stessa arma.
Ho trovato deludente notare che, nonostante abbia sottoscritto la petizione lanciata contro il sito “cerca lavoro” ma senza aver fatto la donazione, la mia firma si trova nello stato di “non verificato”.
Mi è capitato molte volte di sottoscrivere petizioni on line lanciate da Emergency, Amnesty International o quotidiani come l’Unità ma lo stile è completamente diverso! Ho sempre ricevuto i ringraziamenti e l’esito via mail di queste proteste con il numero di firme raccolte. Mai nessuno mi ha chiesto di fare una donazione per certificare la mia sottoscrizione.
Se è vero che le offerte di lavoro non si pagano, tantomeno i consensi vanno pagati.
Ho l’impressione di essermi imbattuta in un nuovo girotondo o, se si vuole, una sorta di “catena”: io inganno te, tu inganni l’altro…perde chi non inganna nessuno.
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Quest’ultima è una storia che ho scritto circa sei mesi fa, nonostante rappresenti per me uno dei racconti più sentiti nel momento in cui l'ho creato, a differenza di altri non ha avuto un grosso numero di visualizzazioni.
Piacevolmente sorpresa, noto che qualcuno ha lasciato un messaggio.
Prima che la sigaretta finisca, mi sbrigo per accedere alla sezione commenti. E’ di un anonimo:
Buongiorno, Su LinkedIn è partita una discussione su Experteercareer e su tutti i siti si cerca lavoro. Devo dire che, purtroppo, ci sono stati tanti riscontri e tanti commenti su come i siti sono ingannevoli, poco chiari e in più, chiedono soldi ai candidati per visualizzare le offerte di lavoro. In merito a questa discussione, ho fatto partire una raccolta firme che troverà a questo link. Aiuta a diffondere la voce, condividi e firma la petizione. E' ora di fare chiarezza.
http://www.petizionionline.it/petizione/experteercareer-pubblicita-ingannevole/3867.
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In aggiunta a quella su Experteercareer ne ho contate 175. Gli argomenti sono i più svariati. Spaziano dalla pena di morte al WI FI gratuito in tutte le città Italiane…
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Il sorriso compiaciuto del pomeriggio lascia il posto a un ghigno amaro.
Questi signori denunciano l’inganno utilizzando la stessa arma.
Ho trovato deludente notare che, nonostante abbia sottoscritto la petizione lanciata contro il sito “cerca lavoro” ma senza aver fatto la donazione, la mia firma si trova nello stato di “non verificato”.
Mi è capitato molte volte di sottoscrivere petizioni on line lanciate da Emergency, Amnesty International o quotidiani come l’Unità ma lo stile è completamente diverso! Ho sempre ricevuto i ringraziamenti e l’esito via mail di queste proteste con il numero di firme raccolte. Mai nessuno mi ha chiesto di fare una donazione per certificare la mia sottoscrizione.
Se è vero che le offerte di lavoro non si pagano, tantomeno i consensi vanno pagati.
Ho l’impressione di essermi imbattuta in un nuovo girotondo o, se si vuole, una sorta di “catena”: io inganno te, tu inganni l’altro…perde chi non inganna nessuno.
domenica 10 aprile 2011
QUANDO LA MONTAGNA VA A MAOMETTO…
Dopo oltre un anno di frequentazione quotidiana di Facebook, la speranza di ritrovare le missing people della mia vita si sta inesorabilmente spegnendo.
Ho inserito nella finestra di ricerca centinaia di nomi, scorso migliaia di profili e credo di aver esaurito tutti i bit e byte della mia memoria.
Molti ne ho trovati, di tanti non c’è traccia e, con rammarico, sono consapevole che sicuramente altrettanti ne ho dimenticati.
M’intristisce pensare di non avere più risorse a disposizione per continuare questa lunga ricerca che mi ha tanto entusiasmato e tenuto impegnata per così a lungo.
Una vocina nella mia testa mi sta sussurrando una delle frasi fatte che più detesto: “Tutte le cose hanno un inizio e una fine”….
La trovo così desolante e vuota che quando qualcuno la cita mi arrabbio.
Perché mai tutte le cose che hanno inizio devono finire?? Perché si deve essere così disfattisti? Che senso ha avere un progetto, costruire con la convinzione che tutto ciò avrà una fine?
Ohh.. finalmente ho trovato la risposta per zittire quella sciocca e insulsa vocina nella mia mente!
Questa frase è il tipico esempio di quella parte di umanità “stupida” che non fa tesoro delle esperienze vissute.
Non è forse meglio e più positivo credere che tutte le cose che hanno un inizio nel tempo si evolvano?
D’accordo, può essere che la ricerca delle persone perse di vista negli anni sia effettivamente esaurita, ma molti di quelli ritrovati mi hanno riservato piacevoli sorprese, alcuni addirittura mi hanno allargato gli orizzonti, condividendo con me le loro esperienze e le loro passioni.
Mentre faccio queste riflessioni, Facebook mi avverte che c’è una nuova richiesta di amicizia.
Apro lo spazio apposito e mi appare il volto di una signora che non conosco. Si chiama Francesca T., vive a Cento.
Francesca è quasi una conterranea, quindi accetto l’amicizia e le mando il seguente messaggio:
“Piacere di conoscerti Francesca. A presto su FB.”
Passa un giorno, poi un messaggio da Francesca:
“Marisa lo so che gli anni passano e giocano brutti scherzi.....hahahaahaha ma credimi ci conosciamo già..e da un tot. Vediamo se questa foto ti suggerisce qualcosa?un abbraccio”
Sotto al messaggio una foto che intuisco ritrae la sottoscritta da piccola.
Sono esterefatta al punto che rileggo il messaggio e riguardo la foto di Francesca più volte.
Francesca ha una mia foto che, tra l’altro, non ricordo di aver mai visto. Francesca mi conosce molto bene, cosa sta succedendo alla mia memoria?
Sono i primi segnali della vecchiaia? Non ricordo di aver mai conosciuto Francesca T.
Quasi con timore, tanto sono sorpresa, decido di ingrandire l’immagine che mi ha mandato.
Lo schermo mi rimanda 3 figure:
• A sinistra: la sottoscritta (età compresa tra gli undici e dodici anni), grembiule nero, colletto bianco e quegli orribili e tanto odiati gambaletti di cotone bianchi. Ancor oggi mi viene da pensare: ma perché le mamme ci facevano portare quelle cose orribili che all’epoca chiamavano calzettoni? Ho il sospetto che lo facessero perché anche loro in segreto li chiamavano “calze antistupro”.
• Al centro dell’istantanea, una giovane donna, sicuramente un insegnante ma non ricordo di quale materia e accidenti alla mia memoria non ricordo nemmeno il nome. E’ una ragazza giovanissima, capelli a caschetto cotonati nerissimi, miniabito e un golfino attillato: perfetto stile Mary Quant anni sessanta.
• A destra. Una bimbetta castana, mia coetanea, capelli lunghi, niente grembiule nero ma uno scamiciato di pelle (avanti con look la ragazzina, penso) ma ahimè anche lei con gli orribili calzettoni.
La guardo meglio e…la riconosco è Francesca B.
Invece di cercare, questa volta mi hanno trovato!!!
Ora ci sono. Non riuscivo a ricordarmi di lei perché ha usato il cognome del marito, la birichina!
Francesca B. abitava a 20 metri da casa mia, da bambine, oltre ad essere compagne di classe alle elementari, passavamo pomeriggi interi a giocare insieme!
Francesca B. divideva il banco di scuola con Melania che caratterialmente era come abbinare il diavolo con l’acqua santa.
Melania, introversa, non parlava mai, non si lamentava e spesso restava in disparte.
Francesca, un vulcano! Non stava mai ferma, si distraeva in continuazione giocando sotto il banco con qualsiasi cosa le capitasse sottomano.
Melania era così remissiva che un giorno Francesca la convinse a farsi tagliare il polso con la lametta del tempera matite per vedere se usciva sangue. Fortunatamente la maestra di turno se ne accorse. Francesca fu punita prima di soddisfare la sua curiosità, mentre Melania rimase solo sorpresa da tutto questo trambusto, senza lamentarsi della piccola ferita infertale dallesuberante amica.
Durante la ricreazione si usciva nel giardino interno a giocare a calcio, femmine contro maschi. Io, data la mia statura, di solito in porta.
Di quel periodo ricordo l’esasperazione dei miei genitori nel vedermi sempre con le scarpe sbucciate e logore. Nessuno di noi possedeva scarpiere piene di calzature. Al massimo due paia: uno per i giorni feriali e l’altro (solitamente di un numero più grande) per la domenica che, la stagione successiva, sostituivano quelle per i giorni non festivi… Oggi mia nipote, di quattro anni, penso possegga almeno 4/5 paia di scarpe per stagione.
In primavera, tra i sette e dieci anni, le principali occupazioni erano andare a raccogliere viole e margherite nei sentieri di campagna o trovarci per saltare la corda. Pomeriggi interi a gareggiare con quell’attrezzo. Eravamo in tre. Io, Francesca e Roberta. Due facevano girare la corda e la terza saltava. Quando quest’ultima inciampava, cedeva il posto a una delle due che avevano ruotato la fune fino a quel momento.
Poi, intorno ai dieci anni uscì una nuova moda che letteralmente ci travolse tutte e tre: la palla pallina!
Questo fu un gioco rivoluzionario che ahimè si è perso tra le pieghe del tempo.
Consisteva in un anello cui era legato un filo che teneva una pallina di plastica rigida. L’anello s’infilava alla caviglia. Il piede con la caviglia doveva far ruotare la pallina, mentre l’altro piede doveva saltare la corda tenuta stesa per effetto del peso della palla che roteava. Perché la pallina scorresse senza rimbalzare era necessaria una superficie liscia, quindi non praticabile sul prato o sulla ghiaia. Serviva una superficie pavimentata o asfaltata. Ricordo un’estate intera passata sul ciglio della strada a fare le gare di resistenza e abilità. Inutile dire che le nostre caviglie quell’estate erano inguardabili: piene di graffi lasciati dal cerchio di plastica della palla pallina…
Dulcis in fundo, se la memoria non m’inganna, intorno al ’70 un nuovo strumento di tortura catturò la nostra attenzione: le “palline click clack”.
Anche questo era formato da un anello, da tenere in mano però, con due fili e alle loro estremità due pesanti palline di plastica. L’abilità consisteva nel roteare il polso in modo che le palline sbattessero tra loro, sopra e sotto il palmo della mano, che così facendo producevano il suono appunto “click ciack”.
Gioco massacrante! Quando si perdeva il ritmo, le pesanti palline di plastica andavano a sbattere sui polsi o sugli avambracci, lasciando rovinosi lividi, facendo la fortuna delle società farmaceutiche fabbricanti di unguenti per contusi.
Fortunatamente questo gioco durò poco più di una stagione.
Finite le scuole medie, io proseguii per l’Istituto superiore a Ferrara mentre Francesca abbandonò gli studi e piano, piano prendemmo strade diverse.
Ritrovarla dopo tanti anni è stata davvero un’emozione e una gioia.
Così le mando il seguente messaggio:
Accidenti!!! E' il cognome che mi ha fregato!!! Che piacere averti ritrovato qui. Come stai, cosa hai fatto in questi ultimi quarant'anni? Ma la foto?? Incredibile, non l'avevo mai vista. Chi è quella in mezzo a noi che non la ricordo??? Un abbraccio
La sua risposta:
“ Si hai ragione, ho usato il cognome di mio marito. Che dirti..in questi ultimi brevi quarant'anni ho fatto due splendidi figli,Omar che ormai ha 33 anni,e mi sta facendo diventare nonna e Miriam che ha 21 anni. Abito ancora a Casumaro, insomma niente di eclatante direi,ma una semplice e serena vita,accompagnata, come per tutti,da gioie e piccoli e grandi dolori
.E tu Marisa? che mi dici?che cosa ti ha riservato il cammino percorso in questi anni?
Ti abbraccio forte,è veramente un piacere risentirti.
Francesca
Ah...dimenticavo,quella della foto è la nostra prof. di italiano in prima media,la Tofanetti.”
La Tofanetti! Ora ricordo cara Francesca e in particolare un episodio:
Gita scolastica a Ravenna, passeggiata o meglio..corsa sul lungomare di una ventina di ragazzine starnazzanti.
Una in particolare, penso si chiamasse Francesca, decise di fare uno scherzo alla Prof.
In quattro la afferrammo per mani e piedi ….nell'intento di buttarla a mare….
Naturalmente voleva essere solo uno scherzo, la Tofanetti non si bagnò ma si prese un bello spavento.
Che malandrine!
Fortuna che anche lei era giovanissima e non si arrabbiò più di tanto. Un’altra al suo posto magari ci avrebbe fatto sospendere.
Grazie a quest’incontro ho ritrovato un altro frammento della mia vita e sollevata faccio una pernacchia a quella vocina che mi diceva che tutte le cose hanno un inizio e una fine. Prrrrrrrrrrrr
Ho inserito nella finestra di ricerca centinaia di nomi, scorso migliaia di profili e credo di aver esaurito tutti i bit e byte della mia memoria.
Molti ne ho trovati, di tanti non c’è traccia e, con rammarico, sono consapevole che sicuramente altrettanti ne ho dimenticati.
M’intristisce pensare di non avere più risorse a disposizione per continuare questa lunga ricerca che mi ha tanto entusiasmato e tenuto impegnata per così a lungo.
Una vocina nella mia testa mi sta sussurrando una delle frasi fatte che più detesto: “Tutte le cose hanno un inizio e una fine”….
La trovo così desolante e vuota che quando qualcuno la cita mi arrabbio.
Perché mai tutte le cose che hanno inizio devono finire?? Perché si deve essere così disfattisti? Che senso ha avere un progetto, costruire con la convinzione che tutto ciò avrà una fine?
Ohh.. finalmente ho trovato la risposta per zittire quella sciocca e insulsa vocina nella mia mente!
Questa frase è il tipico esempio di quella parte di umanità “stupida” che non fa tesoro delle esperienze vissute.
Non è forse meglio e più positivo credere che tutte le cose che hanno un inizio nel tempo si evolvano?
D’accordo, può essere che la ricerca delle persone perse di vista negli anni sia effettivamente esaurita, ma molti di quelli ritrovati mi hanno riservato piacevoli sorprese, alcuni addirittura mi hanno allargato gli orizzonti, condividendo con me le loro esperienze e le loro passioni.
Mentre faccio queste riflessioni, Facebook mi avverte che c’è una nuova richiesta di amicizia.
Apro lo spazio apposito e mi appare il volto di una signora che non conosco. Si chiama Francesca T., vive a Cento.
Francesca è quasi una conterranea, quindi accetto l’amicizia e le mando il seguente messaggio:
“Piacere di conoscerti Francesca. A presto su FB.”
Passa un giorno, poi un messaggio da Francesca:
“Marisa lo so che gli anni passano e giocano brutti scherzi.....hahahaahaha ma credimi ci conosciamo già..e da un tot. Vediamo se questa foto ti suggerisce qualcosa?un abbraccio”
Sotto al messaggio una foto che intuisco ritrae la sottoscritta da piccola.
Sono esterefatta al punto che rileggo il messaggio e riguardo la foto di Francesca più volte.
Francesca ha una mia foto che, tra l’altro, non ricordo di aver mai visto. Francesca mi conosce molto bene, cosa sta succedendo alla mia memoria?
Sono i primi segnali della vecchiaia? Non ricordo di aver mai conosciuto Francesca T.
Quasi con timore, tanto sono sorpresa, decido di ingrandire l’immagine che mi ha mandato.
Lo schermo mi rimanda 3 figure:
• A sinistra: la sottoscritta (età compresa tra gli undici e dodici anni), grembiule nero, colletto bianco e quegli orribili e tanto odiati gambaletti di cotone bianchi. Ancor oggi mi viene da pensare: ma perché le mamme ci facevano portare quelle cose orribili che all’epoca chiamavano calzettoni? Ho il sospetto che lo facessero perché anche loro in segreto li chiamavano “calze antistupro”.
• Al centro dell’istantanea, una giovane donna, sicuramente un insegnante ma non ricordo di quale materia e accidenti alla mia memoria non ricordo nemmeno il nome. E’ una ragazza giovanissima, capelli a caschetto cotonati nerissimi, miniabito e un golfino attillato: perfetto stile Mary Quant anni sessanta.
• A destra. Una bimbetta castana, mia coetanea, capelli lunghi, niente grembiule nero ma uno scamiciato di pelle (avanti con look la ragazzina, penso) ma ahimè anche lei con gli orribili calzettoni.
La guardo meglio e…la riconosco è Francesca B.
Invece di cercare, questa volta mi hanno trovato!!!
Ora ci sono. Non riuscivo a ricordarmi di lei perché ha usato il cognome del marito, la birichina!
Francesca B. abitava a 20 metri da casa mia, da bambine, oltre ad essere compagne di classe alle elementari, passavamo pomeriggi interi a giocare insieme!
Francesca B. divideva il banco di scuola con Melania che caratterialmente era come abbinare il diavolo con l’acqua santa.
Melania, introversa, non parlava mai, non si lamentava e spesso restava in disparte.
Francesca, un vulcano! Non stava mai ferma, si distraeva in continuazione giocando sotto il banco con qualsiasi cosa le capitasse sottomano.
Melania era così remissiva che un giorno Francesca la convinse a farsi tagliare il polso con la lametta del tempera matite per vedere se usciva sangue. Fortunatamente la maestra di turno se ne accorse. Francesca fu punita prima di soddisfare la sua curiosità, mentre Melania rimase solo sorpresa da tutto questo trambusto, senza lamentarsi della piccola ferita infertale dallesuberante amica.
Durante la ricreazione si usciva nel giardino interno a giocare a calcio, femmine contro maschi. Io, data la mia statura, di solito in porta.
Di quel periodo ricordo l’esasperazione dei miei genitori nel vedermi sempre con le scarpe sbucciate e logore. Nessuno di noi possedeva scarpiere piene di calzature. Al massimo due paia: uno per i giorni feriali e l’altro (solitamente di un numero più grande) per la domenica che, la stagione successiva, sostituivano quelle per i giorni non festivi… Oggi mia nipote, di quattro anni, penso possegga almeno 4/5 paia di scarpe per stagione.
In primavera, tra i sette e dieci anni, le principali occupazioni erano andare a raccogliere viole e margherite nei sentieri di campagna o trovarci per saltare la corda. Pomeriggi interi a gareggiare con quell’attrezzo. Eravamo in tre. Io, Francesca e Roberta. Due facevano girare la corda e la terza saltava. Quando quest’ultima inciampava, cedeva il posto a una delle due che avevano ruotato la fune fino a quel momento.
Poi, intorno ai dieci anni uscì una nuova moda che letteralmente ci travolse tutte e tre: la palla pallina!
Questo fu un gioco rivoluzionario che ahimè si è perso tra le pieghe del tempo.
Consisteva in un anello cui era legato un filo che teneva una pallina di plastica rigida. L’anello s’infilava alla caviglia. Il piede con la caviglia doveva far ruotare la pallina, mentre l’altro piede doveva saltare la corda tenuta stesa per effetto del peso della palla che roteava. Perché la pallina scorresse senza rimbalzare era necessaria una superficie liscia, quindi non praticabile sul prato o sulla ghiaia. Serviva una superficie pavimentata o asfaltata. Ricordo un’estate intera passata sul ciglio della strada a fare le gare di resistenza e abilità. Inutile dire che le nostre caviglie quell’estate erano inguardabili: piene di graffi lasciati dal cerchio di plastica della palla pallina…
Dulcis in fundo, se la memoria non m’inganna, intorno al ’70 un nuovo strumento di tortura catturò la nostra attenzione: le “palline click clack”.
Anche questo era formato da un anello, da tenere in mano però, con due fili e alle loro estremità due pesanti palline di plastica. L’abilità consisteva nel roteare il polso in modo che le palline sbattessero tra loro, sopra e sotto il palmo della mano, che così facendo producevano il suono appunto “click ciack”.
Gioco massacrante! Quando si perdeva il ritmo, le pesanti palline di plastica andavano a sbattere sui polsi o sugli avambracci, lasciando rovinosi lividi, facendo la fortuna delle società farmaceutiche fabbricanti di unguenti per contusi.
Fortunatamente questo gioco durò poco più di una stagione.
Finite le scuole medie, io proseguii per l’Istituto superiore a Ferrara mentre Francesca abbandonò gli studi e piano, piano prendemmo strade diverse.
Ritrovarla dopo tanti anni è stata davvero un’emozione e una gioia.
Così le mando il seguente messaggio:
Accidenti!!! E' il cognome che mi ha fregato!!! Che piacere averti ritrovato qui. Come stai, cosa hai fatto in questi ultimi quarant'anni? Ma la foto?? Incredibile, non l'avevo mai vista. Chi è quella in mezzo a noi che non la ricordo??? Un abbraccio
La sua risposta:
“ Si hai ragione, ho usato il cognome di mio marito. Che dirti..in questi ultimi brevi quarant'anni ho fatto due splendidi figli,Omar che ormai ha 33 anni,e mi sta facendo diventare nonna e Miriam che ha 21 anni. Abito ancora a Casumaro, insomma niente di eclatante direi,ma una semplice e serena vita,accompagnata, come per tutti,da gioie e piccoli e grandi dolori
.E tu Marisa? che mi dici?che cosa ti ha riservato il cammino percorso in questi anni?
Ti abbraccio forte,è veramente un piacere risentirti.
Francesca
Ah...dimenticavo,quella della foto è la nostra prof. di italiano in prima media,la Tofanetti.”
La Tofanetti! Ora ricordo cara Francesca e in particolare un episodio:
Gita scolastica a Ravenna, passeggiata o meglio..corsa sul lungomare di una ventina di ragazzine starnazzanti.
Una in particolare, penso si chiamasse Francesca, decise di fare uno scherzo alla Prof.
In quattro la afferrammo per mani e piedi ….nell'intento di buttarla a mare….
Naturalmente voleva essere solo uno scherzo, la Tofanetti non si bagnò ma si prese un bello spavento.
Che malandrine!
Fortuna che anche lei era giovanissima e non si arrabbiò più di tanto. Un’altra al suo posto magari ci avrebbe fatto sospendere.
Grazie a quest’incontro ho ritrovato un altro frammento della mia vita e sollevata faccio una pernacchia a quella vocina che mi diceva che tutte le cose hanno un inizio e una fine. Prrrrrrrrrrrr
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