domenica 10 aprile 2011

QUANDO LA MONTAGNA VA A MAOMETTO…

Dopo oltre un anno di frequentazione quotidiana di Facebook, la speranza di ritrovare le missing people della mia vita si sta inesorabilmente spegnendo.


Ho inserito nella finestra di ricerca centinaia di nomi, scorso migliaia di profili e credo di aver esaurito tutti i bit e byte della mia memoria.

Molti ne ho trovati, di tanti non c’è traccia e, con rammarico, sono consapevole che sicuramente altrettanti ne ho dimenticati.

M’intristisce pensare di non avere più risorse a disposizione per continuare questa lunga ricerca che mi ha tanto entusiasmato e tenuto impegnata per così a lungo.

Una vocina nella mia testa mi sta sussurrando una delle frasi fatte che più detesto: “Tutte le cose hanno un inizio e una fine”….

La trovo così desolante e vuota che quando qualcuno la cita mi arrabbio.

Perché mai tutte le cose che hanno inizio devono finire?? Perché si deve essere così disfattisti? Che senso ha avere un progetto, costruire con la convinzione che tutto ciò avrà una fine?

Ohh.. finalmente ho trovato la risposta per zittire quella sciocca e insulsa vocina nella mia mente!

Questa frase è il tipico esempio di quella parte di umanità “stupida” che non fa tesoro delle esperienze vissute.

Non è forse meglio e più positivo credere che tutte le cose che hanno un inizio nel tempo si evolvano?

D’accordo, può essere che la ricerca delle persone perse di vista negli anni sia effettivamente esaurita, ma molti di quelli ritrovati mi hanno riservato piacevoli sorprese, alcuni addirittura mi hanno allargato gli orizzonti, condividendo con me le loro esperienze e le loro passioni.

Mentre faccio queste riflessioni, Facebook mi avverte che c’è una nuova richiesta di amicizia.

Apro lo spazio apposito e mi appare il volto di una signora che non conosco. Si chiama Francesca T., vive a Cento.

Francesca è quasi una conterranea, quindi accetto l’amicizia e le mando il seguente messaggio:

“Piacere di conoscerti Francesca. A presto su FB.”

Passa un giorno, poi un messaggio da Francesca:

“Marisa lo so che gli anni passano e giocano brutti scherzi.....hahahaahaha ma credimi ci conosciamo già..e da un tot. Vediamo se questa foto ti suggerisce qualcosa?un abbraccio”

Sotto al messaggio una foto che intuisco ritrae la sottoscritta da piccola.

Sono esterefatta al punto che rileggo il messaggio e riguardo la foto di Francesca più volte.

Francesca ha una mia foto che, tra l’altro, non ricordo di aver mai visto. Francesca mi conosce molto bene, cosa sta succedendo alla mia memoria?

Sono i primi segnali della vecchiaia? Non ricordo di aver mai conosciuto Francesca T.

Quasi con timore, tanto sono sorpresa, decido di ingrandire l’immagine che mi ha mandato.

Lo schermo mi rimanda 3 figure:

• A sinistra: la sottoscritta (età compresa tra gli undici e dodici anni), grembiule nero, colletto bianco e quegli orribili e tanto odiati gambaletti di cotone bianchi. Ancor oggi mi viene da pensare: ma perché le mamme ci facevano portare quelle cose orribili che all’epoca chiamavano calzettoni? Ho il sospetto che lo facessero perché anche loro in segreto li chiamavano “calze antistupro”.

• Al centro dell’istantanea, una giovane donna, sicuramente un insegnante ma non ricordo di quale materia e accidenti alla mia memoria non ricordo nemmeno il nome. E’ una ragazza giovanissima, capelli a caschetto cotonati nerissimi, miniabito e un golfino attillato: perfetto stile Mary Quant anni sessanta.

• A destra. Una bimbetta castana, mia coetanea, capelli lunghi, niente grembiule nero ma uno scamiciato di pelle (avanti con look la ragazzina, penso) ma ahimè anche lei con gli orribili calzettoni.

 La guardo meglio e…la riconosco è Francesca B.

Invece di cercare, questa volta mi hanno trovato!!!

Ora ci sono. Non riuscivo a ricordarmi di lei perché ha usato il cognome del marito, la birichina!

Francesca B. abitava a 20 metri da casa mia, da bambine, oltre ad essere compagne di classe alle elementari, passavamo pomeriggi interi a giocare insieme!

Francesca B. divideva il banco di scuola con Melania che caratterialmente era come abbinare il diavolo con l’acqua santa.
 Melania, introversa, non parlava mai, non si lamentava e spesso restava in disparte.
Francesca, un vulcano! Non stava mai ferma, si distraeva in continuazione giocando sotto il banco con qualsiasi cosa le capitasse sottomano.

Melania era così remissiva che un giorno Francesca la convinse a farsi tagliare il polso con la lametta del tempera matite per vedere se usciva sangue. Fortunatamente la maestra di turno se ne accorse. Francesca fu punita prima di  soddisfare la sua curiosità, mentre Melania rimase solo sorpresa da tutto questo trambusto, senza lamentarsi della piccola ferita infertale dallesuberante amica.

Durante la ricreazione si usciva nel giardino interno a giocare a calcio, femmine contro maschi. Io, data la mia statura, di solito in porta.
Di quel periodo ricordo l’esasperazione dei miei genitori nel vedermi sempre con le scarpe sbucciate e logore. Nessuno di noi possedeva scarpiere piene di calzature. Al massimo due paia: uno per i giorni feriali e l’altro (solitamente di un numero più grande) per la domenica che, la stagione successiva, sostituivano quelle per i giorni non festivi… Oggi mia nipote, di quattro anni, penso possegga almeno 4/5 paia di scarpe per stagione.

In primavera, tra i sette e dieci anni, le principali occupazioni erano andare a raccogliere viole e margherite nei sentieri di campagna o trovarci per saltare la corda. Pomeriggi interi a gareggiare con quell’attrezzo. Eravamo in tre. Io, Francesca e Roberta. Due facevano girare la corda e la terza saltava. Quando quest’ultima inciampava, cedeva il posto a una delle due che avevano ruotato la fune fino a quel momento.

Poi, intorno ai dieci anni uscì una nuova moda che letteralmente ci travolse tutte e tre: la palla pallina!

Questo fu un gioco rivoluzionario che ahimè si è perso tra le pieghe del tempo.

Consisteva in un anello cui era legato un filo che teneva una pallina di plastica rigida. L’anello s’infilava alla caviglia. Il piede con la caviglia doveva far ruotare la pallina, mentre l’altro piede doveva saltare la corda tenuta stesa per effetto del peso della palla che roteava. Perché la pallina scorresse senza rimbalzare era necessaria una superficie liscia, quindi non praticabile sul prato o sulla ghiaia. Serviva una superficie pavimentata o asfaltata. Ricordo un’estate intera passata sul ciglio della strada a fare le gare di resistenza e abilità. Inutile dire che le nostre caviglie quell’estate erano inguardabili: piene di graffi lasciati dal cerchio di plastica della palla pallina…

Dulcis in fundo, se la memoria non m’inganna, intorno al ’70 un nuovo strumento di tortura catturò la nostra attenzione: le “palline click clack”.

Anche questo era formato da un anello, da tenere in mano però, con due fili e alle loro estremità due pesanti palline di plastica. L’abilità consisteva nel roteare il polso in modo che le palline sbattessero tra loro, sopra e sotto il palmo della mano, che così facendo producevano il suono appunto “click ciack”.

Gioco massacrante! Quando si perdeva il ritmo, le pesanti palline di plastica andavano a sbattere sui polsi o sugli avambracci, lasciando rovinosi lividi, facendo la fortuna delle società farmaceutiche fabbricanti di unguenti per contusi.

Fortunatamente questo gioco durò poco più di una stagione.

Finite le scuole medie, io proseguii per l’Istituto superiore a Ferrara mentre Francesca abbandonò gli studi e piano, piano prendemmo strade diverse.

Ritrovarla dopo tanti anni è stata davvero un’emozione e una gioia.

Così le mando il seguente messaggio:

Accidenti!!! E' il cognome che mi ha fregato!!! Che piacere averti ritrovato qui. Come stai, cosa hai fatto in questi ultimi quarant'anni? Ma la foto?? Incredibile, non l'avevo mai vista. Chi è quella in mezzo a noi che non la ricordo??? Un abbraccio

La sua risposta:

Si hai ragione, ho usato il cognome di mio marito. Che dirti..in questi ultimi brevi quarant'anni ho fatto due splendidi figli,Omar che ormai ha 33 anni,e mi sta facendo diventare nonna e Miriam che ha 21 anni. Abito ancora a Casumaro, insomma niente di eclatante direi,ma una semplice e serena vita,accompagnata, come per tutti,da gioie e piccoli e grandi dolori


.E tu Marisa? che mi dici?che cosa ti ha riservato il cammino percorso in questi anni?


Ti abbraccio forte,è veramente un piacere risentirti.


Francesca


Ah...dimenticavo,quella della foto è la nostra prof. di italiano in prima media,la Tofanetti.”


La Tofanetti! Ora ricordo cara Francesca e in particolare un episodio:

Gita scolastica a Ravenna, passeggiata o meglio..corsa sul lungomare di una ventina di ragazzine starnazzanti.

Una in particolare, penso si chiamasse Francesca, decise di fare uno scherzo alla Prof.

In quattro la afferrammo per mani e piedi ….nell'intento di buttarla a mare….

Naturalmente voleva essere solo uno scherzo, la Tofanetti non si bagnò ma si prese un bello spavento.

Che malandrine!

Fortuna che anche lei era giovanissima e non si arrabbiò più di tanto. Un’altra al suo posto magari ci avrebbe fatto sospendere.

Grazie a quest’incontro ho ritrovato un altro frammento della mia vita e sollevata faccio una pernacchia a quella vocina che mi diceva che tutte le cose hanno un inizio e una fine. Prrrrrrrrrrrr

3 commenti:

  1. Il destino è un po' come un immensa opera in un meraviglioso teatro.
    Noi siamo attori ma anche comparse, siamo registi ma anche spettatori, e il sipario si alza e si abbassa, ed è un susseguirsi di atti e di emozioni. Ridiamo, saltiamo, piangiamo e ci disperiamo ma lo spettacolo continua. La cosa migliore che possiamo fare è godercelo fino alla fine!
    Mai uscire dal teatro prima del tempo, potremmo mancare l'atto più bello.

    Da un blog che ho nei preferiti, vicino al tuo;non so chi sia, so che mi piace quello che scrive e talvolta trovo qualcosa che fa da trait d'union con i tuoi.... un bacio Carla

    p.s. è sempre bello leggerti

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  2. Grazie Carla, i tuoi commenti sono sempre motivo di riflessione e perchè no.... stimolo a nuove storie da raccontare. A presto e un grosso abbraccio!

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  3. Grazie Marisa,è bellissimo ritrovare dentro al tuo scritto,quel sapore di fanciullezza e spensieratezza che caratterizzava il nostro stare insieme.Ricordo ancora le tante giornate passate a giocare all'aria aperta,ma anche quelle passate in... casa,nella camera dove tua sorella Mara lavorava col puntino,che persona eccezionale era,la ricordo con infinito affetto,sempre sorridente,sempre pronta a dare un consiglio o a farci un te con i biscotti...Quanti ricordi...e su una cosa hai perfettamente ragione Marisa,le cose non finiscono,anche quando la vita sembra aver posto la parola fine,così non è,le cose si evolvono e continuano nei ricordi e nei cuori,e continueranno a farlo finchè qualcuno ne avrà memoria.A presto,un abbraccio.Francesca.

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