giovedì 20 ottobre 2011

AL SUFRIT ! (elogio al ragù) - UN POST SCRITTO A QUATTRO MANI


Una sera come tante, finito di pranzare, mentre io e Loris sorseggiamo il caffè -rigorosamente una sola tazza in due, così non ci fa male alla salute- iniziamo a parlare di scrittura e inevitabilmente la discussione si concentra sulla mia esperienza di blogger e di quanta soddisfazione continuo ad avere in questa avventura.
Lui mi ascolta con un’attenzione particolare.  Mi confessa che tra i brani che ho pubblicato  e definito “i viaggi della memoria” sono quelli che maggiormente ha apprezzato.  Questo giudizio m’intenerisce.
In più, l’esternazione di un suo desiderio non solo mi stupisce, mi lusinga.
“In questi giorni ho rievocato una  passione che tu ben conosci: il ragù. E’ uno dei pilastri della ns. storia culinaria e lo vedo bene inserito nei tuoi viaggi della memoria.  Ho iniziato a scrivere una storia su questo piatto. Io non ho un blog, la pubblicheresti nel tuo? “
Così per la prima volta da che questo blog è nato, un post scritto a quattro mani:


E’ pronto !!!
Tuona con voce decisa mia moglie.  Affacciata alla finestra della cucina, mi avvisa che la pasta è già in tavola, perlomeno è quello che s’intuisce dal tono, anche se in realtà non è del tutto vero.
E’ fiduciosa che il richiamo dato con un piccolo anticipo almeno una volta su cinque dia il risultato di sedere a tavola assieme.
Conosce bene le mie abitudini, il piacere sottile di prendere tempo per finire un lavoro che, senza farlo di proposito, ho iniziato qualche minuto prima ma che immancabilmente mi fa tardare l’inizio del pranzo.
“Che si mangia ?”  Chiedo.
Maccheroni con ragù risponde.
Ahh…. il ragù , che bello penso tra me e me. Devo dire che solo l’evocazione mi stimola la fame!
Un bel piatto di pasta ben condita , una nevicata di formaggio grana, una forchettata dopo l’altra e, per finire,  scarpetta  con pane fresco.
 È il mio piatto preferito, mi mette di buon umore.
Devo ammettere che mia moglie è bravissima nella preparazione del ragù, le riesce sempre bene.  Chissà se è una questione di esperienza, d’ingredienti segreti, di proporzioni esatte di carne suina e bovina o qualche parola “magica” recitata poco prima di aprire la pentola a pressione?  Sta di fatto che il prodotto finale incontra sempre il mio gusto.
La pentola a pressione…che bella invenzione, si butta tutto dentro, frasi magiche comprese, tempo 30-40 min e il miracolo è fatto.  Tutto da gustare !
Riaffiora Il ricordo lontano della preparazione del ragù nella casa dei nonni paterni, dove la zia Maria, sorella di mio padre, si metteva all’opera.
La preparazione di questo piatto  per i miei occhi di bambino non era  un semplice gesto quotidiano, era  un rito .
Il primo passo era estrarre il tagliere di legno, la  cipolla rossa di Tropea,il sedano e la carota
Ricordo ancora lo stupore che provavo a seguire questi processi, soprattutto  come mia zia potesse tagliare così velocemente  la cipolla a fette sottilissime, tutte dello stesso spessore,   senza mai tagliarsi le dita…..
Bagnava con un filo d’ olio d’oliva un pentolino, versava tutto il contenuto del tagliere nel tegame e accendeva il fornello.
Dopo un paio di minuti , appena l’olio era bollente, le verdure iniziavano  a soffriggere.
Da qui il termine “ soffritto” o meglio in dialetto emiliano “al sufrit”.
La cipolla e gli altri ingredienti riempivano la cucina di un profumo appetitoso e rassicurante , quasi un preludio per quello che sarebbe stato il risultato.
Rosolata la cipolla, il sedano e le carote , si aggiungeva il macinato di carne ( manzo e maiale). La carne non doveva cuocere a lungo, in gergo  andava “scottata” per qualche minuto per poi aggiungere infine la salsa   di pomodoro ( la conserva , la chiamavano a quei tempi) e un po’ di concentrato sempre di pomodoro diluito in mezzo bicchier d’acqua.
Messi in pentola tutti gli ingredienti s’iniziava a mescolare  quello che dopo alcune ore di attenzioni si  sarebbe  trasformato in ragù.
Le massaie , mia zia compresa ( le razdore , nel dialetto locale) , erano sempre impegnate in più faccende  contemporaneamente.
Mentre il ragù si cuoceva, si procedeva a  rifare i letti , raccogliendo lenzuola , coperte e cuscini stesi sul davanzale delle finestre, già dal primo mattino, per prendere aria.
Si spolveravano le stanze , si raccoglievano eventuali oggetti sparsi  per rimetterli a posto ma tra un’attività e l’altra,  la tappa in cucina per mescolare il ragù era d’obbligo.
Non si doveva dare tempo al sugo di attaccarsi al fondo del tegame e tanto meno si poteva correre il rischio di far bruciare tutto il contenuto.
 Eh già….. perché all’epoca , primi anni 60’ , le pentole con fondo antiaderente di teflon ( uno dei risultati di laboratorio di qualche decennio successivo ) ancora non esistevano.
Se lasciavi sul fuoco la pietanza senza mescolarla , si otteneva una bella incrostazione sul fondo e per toglierla bisognava farla macerare in acqua tiepida per almeno mezza giornata!
Tutto sommato, per ottenere un risultato ottimale , dall’inizio dei  preparativi,  il tempo di cottura , tra una mescolata e l’altra,  servivano almeno 3 ore.
Era necessario iniziare a cucinare  alle 9,00 del mattino per aver il ragù pronto a mezzogiorno , ora di pranzo.
La pasta , di solito maccheroni o tagliatelle , tolta dal fuoco dopo una decina di minuti di cottura,   scolata dall’acqua , veniva rimessa nel tegame, condita con il ragù appena fatto e servita nei piatti dei commensali .
Il primo ed essere servito ero io. Mai soddisfatto del condimento , non iniziavo a mangiare senza chiedere  : “è rimasto un po’ di ragù nel tegame ?”  Solitamente il desiderio veniva esaudito con un abbondante cucchiaiata   di sugo messa direttamente in cima alla pasta nel mio piatto.
Credo che in ognuno di noi , per quanto diversa possa essere la storia di vita vissuta ,  rimangano impressi nella mente certi momenti del passato;  a volte  tristi, a volte  allegri , storie di amori vissuti,  indimenticabili serate passate in compagnia di amici , oppure lo stupore  provato ad ascoltare i racconti dei nostri genitori o dei nostri nonni, dei tempi di guerra e  di carestia , di usi e costumi del secolo passato.
Tuttavia tutti questi ricordi  -  come citava il protagonista di Blade Runner -  “ andranno perduti come lacrime nella pioggia “ perché il mondo và veloce e non c’è tempo per sentimentalismi. Non c’è tempo per osservare , non c’è tempo per riflettere ne tantomeno il tempo per gustarsi un bel piatto di pasta.  Tutto ruota intorno al business , che in quanto tale , non aspetta la fine del pranzo.
Io credo di essere rimasto sinceramente fedele e affezionato a quei ricordi. Sono sicuro che se potessi vedere il trascorso della mia vita , da adolescente, adulto , padre, nonno , a intervalli regolari si noterebbero diversi fotogrammi in cui compare un bel piatto di pasta al ragù.
Questa riflessione, a grandi linee , spiega il mio approccio con questo particolare cibo.
Come dice il poeta: “Dimmi come mangi e ti dirò chi sei “.
Io non so esattamente chi sono, ma come ama suggerire spesso mia figlia, quando pazientemente ascolta gli sfoghi della madre riguardo al mio pessimo carattere: “Fagli un bel piatto di maccheroni con il ragù e vedrai che tutto torna alla normalità”.
Loris

martedì 11 ottobre 2011

EH…GIA’ SONO ANCORA QUA! (PARCO MASSARI – IL CEDRO IN CATENE)

24 Novembre 2010  ore 22,35: mail di Google Alert – Parco Massari.
Titolo: Il cedro del libano di Parco Massari, l’ufficio verde del comune…..da cronache del Comune di Ferrara.

Testo del comunicato:

Con riferimento all’articolo dal titolo “Cedro del Libano nella morsa d’acciaio” pubblicato il 22 novembre scorso da Il Resto del Carlino, l’Ufficio Verde del Comune di Ferrara puntualizza che la condizione vegetativa dei cedri del Libano di parco Massari è oggetto di un costante monitoraggio da parte dei tecnici comunali e di consulenti esterni, italiani e stranieri.
Per quanto riguarda in particolare la pianta a cui si fa riferimento nell'articolo, si sta finalizzando in questi giorni un progetto per rimuovere la vecchia struttura in ferro e per garantire la stabilità dell'albero con una struttura più rispettosa della sua fisiologia. Il progetto verrà realizzato entro la prossima primavera
.

Ricordo ancora il sollievo che provai a leggere quel comunicato. Avevo vissuto la notizia come un bel modo di rendere omaggio all’ambiente e alla bellezza che la natura dona al genere umano.

Se fossi stata chiamata a lanciare una navicella nello spazio con un messaggio universale dell’umanità agli extra terrestri, assieme al brano musicale del film  “Incontri ravvicinati del terzo tipo”,  avrei aggiunto l’articolo che la promessa di un sostegno  più consono  alla possente struttura  del cedro era stata mantenuta.

Da allora ho continuato a monitorare le notizie sulla salute della pianta, ma a distanza di ormai un anno Google Alert mi ha proposto solamente articoli sul traffico, manifestazioni all’interno del Parco, incidenti davanti ai cancelli e addirittura l’apparizione in cielo  di “un globo luminoso”, poi improvvisamente scomparso, in compagnia di altri due globi naviganti in formazione che attraversavano la volta celeste…..

 Accipicchia! Vuoi vedere che erano ufo in ricognizione? Gli extra terrestri leggono nel pensiero degli uomini? Con tanta gente al mondo, hanno forse scelto i miei pensieri??

In questi ultimi mesi, senza notizie,  la curiosità di verificare di persona le condizioni del Cedro diventava via via più insistente ma il tempo, purtroppo tiranno, m’impediva di soddisfarla.

Un pomeriggio di una decina di giorni fa ricevo una mail della mia amica Carla. M’inoltra il collegamento a una pagina web che pubblicizza una mostra pittorica a Palazzo Diamanti “Gli anni folli, La Parigi di Modigliani, Picasso e Dalì  “ con un suo commento: “Domenica sono libera ti andrebbe di andare a visitare la mostra?”.

“Certo, che mi va” rispondo entusiasta.

Oltre al piacere di trascorrere un pomeriggio in compagnia di Carla a contemplare il bello che l’arte trasmette, mentre aspetto che  mi raggiunga, capisco che finalmente è anche venuto il momento di soddisfare la mia curiosità: vedere con i miei occhi come sta il Cedro del Libano!

Sono le tre del pomeriggio quando la macchina della mia amica parcheggia davanti a casa mia. Salgo e ancor prima che lei ingrani la marcia, esordisco: “Oggi è una splendida giornata di sole, Parco Massari e quasi dirimpetto a Palazzo Diamanti. Ti dispiace se facciamo una visita anche lì? Ho una missione da compiere. Voglio rendermi conto delle condizioni di salute di un albero”.

Stranamente Carla non è stupita. Afferra subito il mio pensiero. “Si tratta del Cedro del libano citato nel tuo blog?”

Si, rispondo sorridendo.

“Ora sono le tre, la mostra è aperta fino alle sette, abbiamo tutto il tempo di visitare anche Parco  Massari”. Inoltre, incalza Carla, dopo tutto quel leggere sul tuo blog di quel luogo e di quell’albero sono proprio curiosa di vederlo”.

Così, appena arrivate in città, parcheggiata la macchina, dopo aver sostato davanti al distributore del ticket con il dilemma la domenica, si paga oppure no, aver convenuto che quando c’è il simbolo degli attrezzi incrociati i giorni festivi non si paga, la prima meta è Parco Massari.

Avvicinandomi provo una certa emozione. Intravedo già i rami del cedro che debordano dai cancelli del parco. Senza rendermene conto affretto il passo nell’intento di scorgere il tronco e il famigerato anello che lo avvolge a sostegno.

L’articolo di Novembre diceva che l’anello d’acciaio sarebbe stato sostituito da uno “estendibile” con doghe di legno in modo da poterlo adattare alle sue dimensioni attuali e future.

Sono di fronte a quello che ormai considero il mio albero ideale, solo le inferriate dei cancelli ci dividono e l’emozione è forte. Questa pianta monumentale è immensa. Pali d’acciaio sostengono rami grandi come tronchi. Le fronde sono ancora piene di foglie. Ai piedi della pianta la panchina per i visitatori.

Questa volta i ricordi non mi hanno tradito. E talmente bello e maestoso che commuove e, al tempo stesso, incute soggezione.

Guardando però verso il basso, alla radice del tronco, la beatitudine si spegne.

C’è un anello d’acciaio…senza doghe di legno!

Nooo, non ci posso credere! Entro nel parco e  completo l’ispezione tutt’intorno all’albero. Delle doghe di legno nessuna traccia.

Il cedro è ancora “strozzato”. L’anello è talmente stretto che nella parte superiore il tronco ha formato una grossa protuberanza simile a un’ernia! Il collare ha definitivamente deformato il tronco. Sembra la caviglia di uno schiavo in catene, diventato uomo con un cerchio da bambino mai cambiato o, addirittura, i piedi delle donne giapponesi che da fanciulle erano costrette a portare scarpe piccole per non farli crescere.

 Mi sento un tantino indignata. Come al solito tante belle promesse e dimostrazioni di sensibilità poi, quando è il momento di concretizzare le buone intenzioni….il nulla.

Carla sente la mia delusione, mi allontana dal cedro in schiavitù invitandomi a una passeggiata.  Erano decenni che non percorrevo i sentieri alberati del parco. Rivedo la fontana centrale, dove gli studenti l’ultimo giorno di scuola si tuffavano, la sorgente con la bocca di leone, dove infilare la mano dentro significava esternare una verità (fosse stata una bugia la bocca si sarebbe chiusa inghiottendo l'arto),  la collina a ridosso delle mura di recinzione: mi rivedo ragazza bivaccare ascoltando Jimi Hendrix, sognando pace, amore e fratellanza…. Poi, sempre in fondo al Parco ma sul lato sinistro, oggi come allora, il bar famoso per i frappé alla frutta. La tentazione di ordinarne uno dopo oltre trent’anni è forte ma il luogo è affollato e Carla ed io dobbiamo ancora visitare la mostra, così mi accontento di un caffè  dirigendomi poi verso l’uscita.

Prima di varcare di nuovo i cancelli, un ultimo sguardo all’imponente cedro….una leggera brezza si alza e il fruscio delle sue fronde pare mi sussurri: Ehh ….già sono ancora qua!!  Con la linfa che batte, nonostante l’incuria dell’umanità resisto e sono ancora qua!!!

Vorrei avesse continuato il testo della canzone di Vasco…”sembrava la fine del mondo, invece sono ancora qua grazie alle cure dell’umanità”.

La consolazione arriva con la visita alla mostra, un giro al giardino botanico e un ristorantino in zona San Romano gustando gli sformatini di zucca e formaggio…..ma il povero cedro in catene resta ancora nei miei pensieri…..Cedro mi raccomando, fai come Vasco non arrenderti!

lunedì 26 settembre 2011

MOLINO BOSCHETTI – DA MARE NERO A MARE AZZURRO

Il telefono intelligente squilla. Infilo la mano nella mia nuova borsa (rossa!), rovisto un po’ prima di afferrarlo. E’ Melania: “Nella cassetta della posta ho trovato la pubblicità della nuova commedia del gruppo Autonomo Discarica Molino Boschetti. Vanno in scena domani sera”.
Dove?  Chiedo.
“Il volantino indica solo Molino Boschetti, nient’altro. Mi sembra strano lo facciano li, lo stabile non è poi così grande”, replica Melania.
La prima rappresentazione però è stata fatta nei locali del casolare, nel loro sito ci sono le foto, se non hanno indicato altri luoghi, sicuramente sarà lì, rispondo.
Sarei veramente curiosa di assistere allo spettacolo. La prima rappresentazione, Mare Nero, l’ho persa. Il mattino seguente m’infilo in macchina e faccio un sopraluogo in direzione Molino.
Le mie supposizioni erano fondate. Un gruppo di persone sta allestendo all’aperto un piccolo teatro e il palco.
Mi fermo e mi avvicino alla comitiva indaffarata a mettere in fila sedie, collegare fili elettrici etc..
“Scusate, ho saputo che questa sera va in scena lo spettacolo Mare Azzurro, lo fate qui?”
Un paio di uomini si gira, mi guardano dalla punta dei piedi alla testa: “Si lo facciamo qui”.
“Ah bene, grazie dell’informazione a questa sera allora”, ribatto mentre mi accingo a risalire in macchina.
Una voce dal gruppo si alza e chiede: “Da dove vieni?”.
“Da Massa Finalese, ma sono originaria di Casumaro, le mie radici sono qui, in più avete ospitato anche il mio blog nel vostro sito”.
Il gruppo smette di lavorare e inizia a guardarmi con curioso interesse.
“Il sito lo cura Alex”risponde uno di loro.
E’ qui? Mi piacerebbe molto conoscerlo.
“No, oggi non c’è, è impegnato con il lavoro”.
“Peccato, avrei tanto voluto ringraziarlo di persona per l’attenzione che ha avuto per il mio blog. Mi chiamo Marisa.”
Un coetaneo mi si avvicina e dice:  “Sono Mirco, ti ricordi ….alle medie…. “
Le rotelle del mio cervello iniziano a lavorare ma non esce nulla. Lui lo capisce:  “Sono il fratello di Carla, tua compagna di classe! Se questa sera vieni, vedrai anche lei!”
Appena finisce la frase, la mia memoria si ristabilisce, mi rivedo tredicenne alle prime feste da ballo in casa di Carla, le domeniche trascorse al Cinema Teatro Magri e le lunghe passeggiate in bicicletta.
Il riaffiorare di quei ricordi m’intenerisce. Un ricordo in particolare mi lega a lui: la prima e forse unica volta che ho partecipato al gioco della bottiglia…
Troppo giovani per possedere un’auto e andare in discoteca, nessuna struttura in paese che potesse favorire questi approcci,  le feste da ballo casalinghe erano all’epoca i primi tentativi d’incontro tra adolescenti di sesso opposto.
Chi in casa possedeva una stanza in più oltre alla cucina, organizzava gli eventi. Era sufficiente  addossare l’arredamento alle pareti, un giradischi o mangianastri, un paio di bibite, finestre chiuse (il buio favoriva l’eventuale approccio amoroso)  e si ballava tutto il pomeriggio.
Le pause tra una serie di danze e un'altra erano scandite dal gioco della bottiglia: ragazzi e ragazze seduti in cerchio si passavano a  turno una bottiglia che posata a terra si doveva far roteare…quando si fermava e il collo puntava nella direzione di un coetaneo…..quel coetaneo doveva baciare chi aveva fatto girare l’oggetto.
Fu in una di queste feste a casa di Carla che per la prima volta in vita mia, il collo della bottiglia si fermò nella mia direzione…
 Ancora emozionata dal ritrovamento di un altro frammento del mio passato, sento urlare il mio nome e scorgo una persona che mi corre incontro, si avvicina e abbracciandomi mi solleva! E’ il Gallo! Un’altra missing people della mia vita!
Mi conduce sul palco, mi parla della compagnia teatrale e di quanto si diverte a recitare!
E’ così bello ritrovare queste persone  che le lancette dell’orologio corrono al punto che è mezzogiorno e sono ancora a Molino!
“Accidenti devo scappare,  ma questa sera ci rivediamo! “
Ripercorrendo la strada verso casa, sono pervasa da un senso di appagamento  per aver  ritrovato un altro tassello della mia vita.
Ore 20,30 passo a prendere Melania e assieme ci rechiamo a Molino. Il luogo in aperta campagna e completamente al buio. L’unica fonte luminosa sono le luci che illuminano il palco. Appena entro nell’area della platea,  delimitata con qualche transenna,  almeno una decina di voci  esclamano il mio nome. Sono sbalordita!  Mai avrei pensato di ritrovare tanti amici persi di vista in una sera soltanto! Rivedo Mirco e di fianco a lui una donna. E’ Carla! L’emozione nel rivederla mi fa salire le lacrime agli occhi e probabilmente entrambe ci rivediamo tredicenni, a raccontarci le nostre prime storie d’amore , percorrendo in bicicletta le campagne e le strade limitrofe a Casumaro.
Scopro così che Mirco e Carla fanno parte della compagnia teatrale, ma anche altri amici come il Gallo, Angelo, Costanza, Giorgio e Manfredo…..insomma conosco  tutti gli attori, regista e sceneggiatore compreso!
Il sipario si apre, il regista presenta la sua seconda opera. Se la prima commedia “Mare Nero” è nata per dar voce e sostegno  alla lotta pacifica contro il degrado ambientale di discariche e i rifiuti pericolosi, “Mare Azzurro”  celebra la vittoria di Molino Boschetti che dopo anni ha ottenuto l’assicurazione che dal 2011 nessun rifiuto deturperà l’area. Festeggia questo importante risultato con un testo che  dà voce ai sogni nel cassetto, le passioni e le emozioni della giovinezza di  chi cinquantenne si è perso un po’ per strada rincorrendo traguardi  materiali. L’autore definisce questa ricerca  “l’Isola che non c’è!”. 
Ogni atto è un frammento dell’“isola che non c’è” che alberga in ognuno di noi.
Tre sono stati i quadri che più mi hanno divertito:
Il finto materialista che critica gli amici perché passano troppo tempo a “giocare” agli attori invece di lavorare.
E’ in costante conflitto con la parte razionale di sé e il desiderio di seguire un sogno, poi travolto dall’entusiasmo, finisce anche lui a recitare, riappacificando così l’emisfero razionale e quello dello spirito e continuare un’esistenza pacifica.
L’interprete è Mirco. L’ironia che mette in questo testo è esilarante!
Il musicista, seduto a meditare sul suo passato si accorge che la sua vita (come quella della maggior parte di noi) è sempre stata accompagnata dalla musica. E’ un viaggio a ritroso, scandito da brani musicali che hanno fatto parte della vita di molti.
A ben pensare ogni momento importante della vita di tutti noi è legato a un brano musicale, la nascita di un figlio, il giorno del matrimonio, il primo amore….l’attore ripercorre tutte queste tappe concludendo  che se lui esiste, è grazie ad una serenata che il padre fece alla madre.
Per lui l’Isola che non c’è è la musica perché è lo strumento più diretto per celebrare l’amore. Termina con una riflessione: a ben pensare, se tutti noi siamo il frutto di una notte d’amore, noi tutti quindi siamo figli l’amore…..
L’interprete è Alfio che nella vita ha fatto della musica la sua passione e professione.
Nell’Isola che non c’è, non può mancare l’emozione del primo amore. Il cuore che batte forte quando lo vedi, il rossore che sale alle guance quando ti guarda, la trepidazione
nel ricevere la prima carezza, lo sconvolgimento e le …”farfalle nello stomaco” che procura il primo bacio, il desiderio di trascorrere ogni istante accanto all’amato, la certezza che quel sentimento così forte non l’avevi mai provato prima, che è troppo importante e che durerà tutta una vita.
A interpretare questo ruolo è Carla. Il trasporto e il carattere che dà nell’interpretare questo ruolo è emozionante.
Recitando la “sua isola che non c’è” mi ha fatto salire a bordo della macchina del tempo. Ho ritrovato nel suo personaggio i miei sogni e aspettative della giovinezza, quando ancora la vita non ha avuto modo di scalfirti..
Finito lo spettacolo, pubblico e attori festeggiano a tavola con vino, torte, salame e gnocchi fritti fino alle due di notte!
Mi dirigo alla macchina per tornare a casa con il sorriso sulle labbra. Questa sera mi sono svestita di molti dei pesi che mi porto appresso. Se pensavo di essere l’unica cinquantenne ancora alla ricerca di cosa farà da grande, behh mi devo ricredere! Sono in ottima compagnia….. Forse anche la mia ricerca è “l’Isola che non c’è”.
Tuttavia, come successe anche a Pesaro al festival della felicità, a Molino Boschetti mi sono sentita a casa, come avessi finalmente trovato “l’Isola che non c’è”.
Come dice mia madre….”la felicità dura solo dei momenti “ . Già domani  dovrò fare i conti con il quotidiano, ma quella serata fatta di allegria, ricordi e soprattutto di condivisione, ancora una volta mi ha rappacificato con il genere umano e mi ha fatto ritrovare (come direbbe Battiato) il mio centro di gravità.
E bastato poco: un testo che oltre a farmi sorridere mi ha  stimolato la riflessione  e nel quale ho riconosciuto tanti dei miei pensieri, un gruppo di amici che mi ha accolto e dato calore….Ma a ben pensare tutto questo in realtà non è poco, forse questa è l’essenza dell’esistere, di essere persona.
E’ vero quello che dice Alfio: siamo tutti figli dell’amore. Perché tante volte ci comportiamo come se non lo fossimo?

giovedì 28 luglio 2011

Effetti dei social games nei social network

Francesco,Angela ed Anna, dopo un paio di giorni accettano la mia amicizia.

Nel frattempo, il software di facebook inizia a suggerirmi nuove amicizie...

Ehi piano, prima di aggiungere altre persone vediamo cosa succede!

Strano però di Bartolomeo nessuna notizia..

Sinceramente sono delusa ed esterno questa delusione anche a Loris.

Bartolomeo sarà iscritto su facebook perchè magari lo hanno inserito i figli per gioco. Dubito che sappia usare un pc, mi dice.

Mentre pulisco l'acquario, un messaggio in chat: Melania.

"Paola è su facebook, chiedile amicizia"!

Ah ma allora è un vizio fingere scetticismo e poi iscriversi, penso mentre procedo con la richiesta di amicizia.

Risposta quasi simultanea di accettazione amicizia: visito la sua home page....ehh sorpresa... gioca all'acquario!!! Diceva che era una cosa troppo complicata per lei, poi invece eccola li con una miriade di post!

Noto che tra gli amici c'è anche la figlia e un amico della figlia che giocano all'acquario. Chiedo amicizia anche a loro !

Bello ! adesso ho 7 amici e posso giocare meglio!

Mentre gioco, pop up di notifica: apro, una nuova richiesta di amicizia.

Corro subito a vedere chi è. La mia amica del sabato sera, Carla.

Accetto immediatamente ed entro nel suo mondo facebook.

Post di musica classica, musica contemporanea foto o video che commenta con i suoi amici.

La invito a giocare all'acquario ma mi risponde picche!

Comincio la partita quotidiana (ora con sette amici è più movimentata) trainizzo i pesci per guadagnare più punti. Voglio salire di livello!!

In effetti ai primi livelli si cresce abbastanza in fretta e il raggiungimento di un nuovo livello ti sprona ad arrivare al successivo!

Ci sono anche traguardi da raggiungere: si guadagnano punti xp attraverso il conseguimento di una coccarda legata al numero di pesci acquistati, venduti, trainati e/o accoppiati.

Questo gioco è un continuo clic del mouse e....dopo un paio di giorni mi becco una bella tendinite al braccio!!!!

Mi stupisco di me stessa. Una tendinite per un video gioco? No, non ci posso credere....

ma monostante ciò, appena posso accendo il computer e controllo se posso guadagnare coin e punti xp .

mercoledì 20 luglio 2011

ABBIAMO QUALCOSA DA SALVARE - PONTELUCE!!

Nella bacheca di Paola M. mi soffermo sulla locandina che ha pubblicato nei giorni scorsi: I DUE SINDACI DI CASUMARO incontrano i cittadini. E’ un’occasione per confrontarsi sui progetti che le due amministrazioni hanno sulla frazione di Casumaro.

Sotto il commento di Paola che riassume la frustrazione di un Paese di confine:

“Ci sono le strade da sistemare. Per andare a Buonacompra sembra di passare per il bronx, ci han tolto l’ufficio anagrafe. Se vuoi un certificato, devi andare a Cento perche il comune non ha un impiegato da metterci per una mattina a settimana. Se devi fare benzina niente distributore, o vai a Buonacompra, a Finale, a Cento o a Bondeno cosi consumi carburante solo per andarci. Abbiamo la discarica di Molino Boschetti che non si è ancora capito cosa stanno facendo, non abbiamo piu il porkys beer perche allo stadio comunale comanda solo il calcio e la lumaca. Senza parlare dei casini della partecipanza agraria che non vuole vendere la terra ai non capisti, o di chi ha costruito le case che stanno affondando perche sotto hanno versato dei rifiuti tossici .. Io mi chiedo ma in che cavolo di paese abitiamo??? TRE COMUNI: CENTO FINALE EMILIA E BONDENO SITEMATE LE COSE A CASUMARO O NO?”


Chi non conosce questa realtà potrebbe pensare che lo sfogo di Paola è esagerato; purtroppo non è così. Tutto quello che ha denunciato in quelle poche righe, è assolutamente vero.


Data la particolarità del Paese diviso da tre amministrazioni comunali, Casumaro dovrebbe poter usufruire di tre bilanci di spesa. Trattandosi di un paesino di circa tremila anime, gli stanziamenti per ogni Comune dovrebbero essere anche ridotti.


Ahimè purtroppo non è così. Anziché gareggiare su chi amministra meglio, le tre amministrazioni comunali danno l’impressione di trattare Casumaro come la terra di nessuno che c’è tra una frontiera e l’altra.


Addolorata per la decadenza che il mio Paese natale sta subendo, mi unisco alla protesta di Paola incitandola a stampare i post che ho pubblicato nel blog sull’argomento.


Tuttavia, vorrei mettere in evidenza lo stato di abbandono in cui versa un posto a me molto caro.


Lo scorso anno per puro caso m’imbattei in un album fotografico contenente le foto di Campodoso e la sua chiesetta.


Nei miei ricordi per accedere alla chiesetta c’era un vialetto lungo circa trenta metri, delimitato da una siepe che ne tracciava anche il giardino tutt’intorno. Anche trent’anni fa la chiesa era in stato di abbandono; il patio e i suoi gradini scalfiti, la porta scardinata, le finestre rotte, l’affresco della madonna in cima all’altare rovinato.


Tuttavia, osservando le foto provai  rammarico nel notare che la Chiesa non aveva più il suo giardino; era stato sostituito erbacce infestanti altissime.


L’amarezza per tanto degrado suscitò il desiderio di rivisitare quel luogo. Ci provai a Settembre scorso. Ero in compagnia della mia nipotina e la strada impervia per raggiungere la meta mi fece desistere.


Ci riprovai ad Aprile. In quell’occasione ero sola ma purtroppo la memoria mi tradì. Sulla via di Campodoso, anziché attraversare il ponte del canale Bonifica, seguii la strada sterrata, così sbucai di fianco alla Chiesa di Reno Modenese senza aver visto la Chiesetta di Campodoso e la splendida villa “Il Casino dei Vecchi”.


Provai una delusione quasi esagerata. Non mi capacitavo di non essere riuscita a trovare quella chiesetta. Rattristata ne parlai con Melania che capì subito il mio errore indicandomi la via giusta.


Così, una domenica pomeriggio di Luglio, il desiderio di compiere questo viaggio della memoria riaffiora.


Prendo le chiavi della macchina e parto. Arrivo a Campodoso e seguo le istruzioni di Melania.


Attraverso il ponte di Burana, svolto a sinistra e proseguo per una strada asfaltata.Una nota positiva, penso.
Quando ero ragazza, questa strada era sterrata. Ecco perché per due volte – con la mia nipotina e da sola – ho sbagliato direzione. A tradirmi è stato il ricordo del sentiero non lastricato.


Percorro circa un chilometro poi, in lontananza, in mezzo ad un campo di granoturco scorgo le guglie. Eccola, finalmente! Non vedo l’ora di arrivare davanti al vialetto per visitarla da vicino.


Oltrepassata una semicurva, mi trovo davanti alla Chiesetta e incredula scopro che il viale non c’è più, è stato sostituito da piante di mais.


Ed ora? Sono venuta fin qui guidata da un ricordo, non posso desistere per la terza volta, tornare a casa senza aver soddisfatto questo desiderio. Anche a costo di graffiarmi con le piante di mais devo arrivare a quella chiesa.


Compio il primo passo e mi accorgo di un fosso. E’ stretto mi dico, lo posso saltare. Errore! Il fosso non era stretto, era solo coperto dall’erba alta. Così metto il piede nel vuoto, perdo l’equilibrio, cado rovinosamente a terra, slogandomi un polso.


L’autoironia che spesso mi coglie in questi momenti mi fa pensare: “O.K. punizione divina, ora posso proseguire”.


Avanzo tra le piante di mais più alte di me pensando che se mai mi dovesse succedere di star male in quel luogo mi troverebbero solo a Settembre, durante la mietitura. Nonostante ciò tutto questo non m’inquieta, mi fa sorridere e sentire un’Indiana Jones dilettante.


Con emozione finalmente arrivo alla chiesa.


I gradini e il patio sono più scalfiti di un tempo, anche se le colonne e le arcate sono ancora solide.


Le colonne! Inizio a ispezionarle e scatto alcune foto. Sto cercando un cuore disegnato tanto tempo fa. Ne trovo tantissimi e probabilmente quello che cerco io è stato sovrapposto da tanti altri disegnati negli anni.


Stranamente la porta è ancora scardinata come un tempo, anche l’altare è rimasto come lo ricordavo. L’affresco della Madonna invece si percepisce appena…


Esco e mi dirigo sul patio. Lo sconforto di vedere questo luogo sepolto dal mais e dalle erbacce si trasforma in rabbia.


Sono arrabbiata con il proprietario terriero; per forse un centinaio di piante in più ha distrutto il viale e il giardino della chiesetta e sono anche arrabbiata con i miei compaesani e il mio comune, Finale Emilia, per non avere la sensibilità di salvare questo pezzetto di storia armonioso e bello.


Tornata a casa ne parlo con Loris, gli mostro le foto, s’incuriosisce e mi propone di rifare il giro con lo scooter.


Loris però sceglie un percorso alternativo al mio, passando per Scortichino e Santa Bianca.


Appena usciti da Santa Bianca, in direzione Casumaro, passiamo davanti ad un altro piccolo oratorio, questo, però, completamente ristrutturato. Ci fermiamo per osservarlo da vicino. E’ molto grazioso ma nessun confronto con la Chiesetta di Campodoso, con le sue colonne e guglie.


Imboccando via Campodoso, gli indico la strada – anche lui non la ricorda più – arriviamo davanti alla chiesetta, ci fermiamo e all’unisono formuliamo lo stesso pensiero: “Lodevole la ristrutturazione di Santa Bianca tanto quanto è deplorevole l’incuria e la mancanza di rispetto per questo luogo. Non solo nessuno pensa a ristrutturarla, hanno addirittura permesso che il giardino e il viale fossero arati per cosa??? Un centinaio di piante di mais in più da raccogliere.


A fine di giornata oltre alla bella sensazione di aver compiuto una sorta di missione che una vocina interiore mi spronava a svolgere, mi ha gratificato e appagato condividere questo viaggio della memoria con mio marito.


Ora però un nuovo cruccio mi assale. Cosa e come fare per riportare in vita quella Chiesa?


Le strade, gli uffici anagrafe, i distributori di benzina sono sicuramente prioritari. Tuttavia, mi sento di dire che anche la storia del nostro territorio è importante e dovrebbe essere salvaguardata.


Campodoso , nell' XI secolo formava una Corte in potere dei Conti Berengario ed Ugo, nipoti del conte di Parma. In seguito fu un comune che amministrava Casumaro e Reno. Perché relegarlo a una località di sola terra agricola? Perché permettere che la sua chiesa sia sepolta dal mais?

Perché non accogliere l’insegnamento di Aristotele: Il terzo stadio di felicità. Il coinvolgimento nel lavoro con i propri amici per costruire una grande città. Gli esseri umani sono più felici, quando si dedicano, assieme agli altri, alla missione di rendere la vita migliore per sé e i propri compagni.


Sono convinta che vedere quella chiesetta restaurata renderebbe molti di noi più orgogliosi di quanto non siamo oggi.


martedì 28 giugno 2011

C’ERA UNA VOLTA L’ARTISTA DI STRADA


Nel mio navigare solitario, m’imbatto in una lunga serie di articoli inerenti al Flash mob.

Accipicchia! Ho trovato una parola “nuova” penso mentre mi accingo ad aprire alcuni trafiletti per cercare di capire di cosa si tratta.
Tutti i brani che seleziono commentano spettacoli che si sono svolti nelle piazze in giro per il mondo. Tuttavia non riesco a comprendere il perché questo genere di spettacolo sia denominato Flash mob.
In inglese flash significa rapido e mob folla. Sembrerebbero riunioni veloci e/o improvvise. In effetti, gli articoli che seleziono parlano di esibizioni musicali o teatrali svolte nelle strade. Nonostante ciò, la particolarità di questo tipo di manifestazioni ancora mi sfugge. Se si trattasse semplicemente di spettacoli di piazza, sarebbero delle rassegne di artisti da strada. Se chiedessi a Wikipedia? Chissà se mi sa dare una risposta.
Seleziono la barra di controllo è inserisco il quesito; meno di un paio di secondi e trovo la corretta spiegazione. Che mito questa biblioteca web (mi devo ricordare di firmare la petizione affinché diventi patrimonio dell’umanità):
Flash mob (dall'inglese flash: rapido, improvviso, e mob: folla) è un termine coniato nel 2003 per indicare una riunione, che si dissolve nel giro di poco tempo, di un gruppo di persone in uno spazio pubblico, con la finalità comune di mettere in pratica un'azione insolita. Generalmente la finalità dei flash mob è d’intrattenimento o spettacolo; il termine non è usato per eventi e performance organizzate a fini politici, commerciali, di lucro o di protesta. Tuttavia, in alcuni casi la tecnica del flash mob è stata utilizzata per motivazioni pubblicitarie o politiche, ad esempio per organizzare una protesta lampo come nel caso di Firenze in cui si è svolta una lettura collettiva, contro la legge 133, del nono articolo della Costituzione, oppure il caso di Ceccano, dove è stato creato un cordone umano attorno ai binari del treno e ricreata una simulazione di allarme atomico per promuovere la campagna in favore dei Referendum abrogativi del 2011 in Italia
Chissà se nella sfera di cristallo Youtube trovo qualche esempio di manifestazione di questo genere….. Una strofinata alla barra strumenti e come per incanto il PC mi propone ben 26.800 filmati! Beh non li guarderò tutti, mi dico, iniziando ad aprire quelli musicali.
Molti sono tributi a Michael Jackson fatti nelle città più famose del globo in occasione dell’anniversario della sua morte. Le riprese sono tutte amatoriali, da telefonino o massimo da telecamera “turistica”. La prima inquadratura in tutti i video selezionati ritrae una piazza o un centro commerciale pieni di gente di passaggio. Dopo qualche secondo alcune persone si staccano dalla folla, parte la musica e i passanti iniziano a guardarsi intorno stupiti. Le prime persone che si sono staccate dalla folla iniziano a ballare, a loro se ne uniscono altre, fino a formare dei veri e propri eserciti che si muovono tutti quanti perfettamente sincronizzati. Di tutti i video selezionati, noto che i ballerini sono bravissimi e i passanti restano letteralmente a bocca aperta dallo stupore e la meraviglia è genuina. Sono indicesi se godersi lo spettacolo e basta oppure chiedersi cosa stia succedendo. Finito il brano musicale, i ballerini si disperdono tra la folla attonita e la piazza, dopo una veloce carrellata sui volti di un pubblico un po’ disorientato, ritorna alla normalità.


Uno, tra i video selezionati, però è diverso dagli altri. E’ stato girato a Roma in Piazza di Spagna.
La solita moltitudine di persone, chi passeggia, chi seduto sulle gradinate. Alcuni ragazzi si staccano dalla folla, parte un brano di Michael Jackson, tre passi di danza e gli altri ballerini si avvicinano per iniziare lo spettacolo ma nel frattempo arrivano anche i vigili urbani. Spengono l’impianto sonoro e impediscono l’esibizione perché non autorizzata.
A nulla valgono le proteste dei presenti tentando di evidenziare che questo genere di manifestazioni non solo e tollerato ma è addirittura apprezzato in tutto il mondo. I vigili imperterriti sostengono che in mancanza di autorizzazione l’esibizione è vietata, così il corpo di ballo frustrato se ne va in giro per le vie limitrofe ballando….purtroppo senza musica.
Comincio a capire la particolarità di questi eventi. A parte la bravura degli attori o ballerini, il vero protagonista di questo spettacolo è l’effetto sorpresa! Ritornando al mancato evento di Roma non posso fare a meno di chiedermi: che flash mob sarebbe se per esibirsi questi ragazzi dovessero chiedere le autorizzazioni comunali. In fondo, prima dell’avvento dell’ipod la musica all’aperto si ascoltava attraverso la radio o il mangianastri, senza cuffie. Mi è capitato spesso da ragazza di ascoltare musica per strada e anche di ballare in compagnia ma mai nessuno mi ha chiesto l’autorizzazione comunale...
Certo che ballare o recitare in sincrono però non è gioco da ragazzi, e non può neanche essere un’improvvisazione. Chissà dove si trovano queste centinaia di ballerini o attori, come fanno a fare le prove, mi chiedo. Dagli effetti che producono, non può essere uno spettacolo improvvisato. Non potrebbero essere così armonizzati tra loro se non seguissero una coreografia ben costruita.
Decido di ritornare a chiedere aiuto a Wikipedia che prontamente mi risponde:
Il raduno viene generalmente organizzato via internet (email, social networks) o telefonia cellulare. Le regole dell'azione possono essere illustrate ai partecipanti pochi minuti prima che questa abbia luogo o possono essere diffuse con un anticipo tale da consentire ai partecipanti di prepararsi adeguatamente..
Ahh sempre la rete. Non si finisce un viaggio che a ben guardare se ne apre un altro e, se vale la regola della mia saggia nonna, non si finisce mai d’imparare o semplicemente di stupirsi. Solitamente, chi vuole promuovere uno spettacolo, teatrale o musicale che sia, segue modelli abbastanza consolidati, la pubblicità attraverso giornali, radio, televisione, locandine o, in funzione della disponibilità economica anche solo attraverso il passaparola.
La rete non solo offre l’opportunità di allargare a dismisura il passaparola ma supera ed elimina i media. Offre addirittura l’opportunità agli artisti di provare uno spettacolo a distanza!
Sono forse finiti i tempi in cui chi si voleva cimentare artisticamente doveva trovare il locale adatto, fare le prove di gruppo un paio di volte a settimana e dopo un paio di mesi debuttare nell’esibizione? Tutto questo ora si fa in rete o via telefono?

Senza dubbio questi mezzi accorciano le distanze tra le persone ma le discussioni, i confronti, i suggerimenti che fine fanno? D’accordo in rete o al telefono, ci si parla, si scrive, ci si può addirittura vedere, ma ognuno di noi di fronte cos’ha? Un monitor! Come si fa a cogliere un’espressione, un intercalare nella discussione attraverso uno schermo che solitamente manda le immagini in ritardo e appiattisce la voce? Come si può raggiungere il secondo livello di felicità citato da Aristotele: lavorare in armonia con gli altri e chiudere magari la serata al pub o in pizzeria? No, questo la tecnologia non lo può fare. Anzi, ho la sensazione che l’individualismo che si respira in questi ultimi decenni sia dovuto anche grazie anche queste tecnologie .
E’ più gratificante passare una serata davanti ad un monitor con un amico o fissare un appuntamento in un pub, fare una passeggiata, incontrare persone fisiche, raccontarsi barzellette e poi andare a dormire?

martedì 7 giugno 2011

SPECCHI PER ALLODOLE?

Aprendo la pagina Facebook trovo il seguente post di Net1News: La Cina sospende la pena di morte.

Le prime righe del trafiletto citano: La Corte Suprema cinese ha dichiarato una moratoria di due anni alla pena di morte. Vuol dire che nessuno sarà giustiziato nei prossimi 24 mesi.
Istintivamente, in segno di apprezzamento, seleziono l’opzione “mi piace” e “condivido”.
Oh finalmente il vento sta cambiando.
Mentre apro l’articolo, non posso fare a meno di pensare che, come sempre accade negli ultimi anni, a questo genere di notizie non è dato risalto.
Anche l’autore del pezzo di Net1News fa la mia stessa considerazione. Prima di esporre i fatti non manca di puntualizzare che, seppur sia una notizia dalla portata storica, nessun media ne ha dato risalto. Come unico servizio cita quello di “Repubblica” a pagina 19.
Decido di documentarmi in merito.
Scopro così che già alla fine del 1979 Amnesty International pubblicava un rapporto, ampio e circostanziato sui diritti umani in Cina e le relative violazioni, sulla situazione nelle carceri, la deportazione, i lavori forzati, per non parlare dei massacri in Tibet.
Dopo decenni di pressioni da parte di tutti i governi occidentali, nel 2004 il Governo Cinese modifica la costituzione.
In essa include garanzie sulla proprietà privata ("la proprietà privata conseguita legalmente dai cittadini non può essere violata") e dei diritti umani ("lo Stato rispetta e protegge i diritti umani"). Il governo Cinese sostiene tale scelta come progresso per la democrazia e come segnale di riconoscimento delle esigenze di cambiamento da parte del Partito comunista. Esigenze dovute all'emergere di una nuova classe agiata e di un ceto medio, che reclamano una tutela della proprietà, in conseguenza del boom economico cinese.
Da quanto ho potuto appurare, in seguito tuttavia non c'è stata alcuna chiara indicazione che i cambiamenti conducessero a una maggior protezione dei cittadini cinesi, né in termini di diritti umani né di diritti economici di proprietà. La popolazione cinese continua a venire arrestata per il tentativo di contrastare le decisioni del governo (siano esse legali o no). La censura dei mezzi di comunicazione è ancora in piedi; è dello scorso anno la notizia che Google ha deciso di lasciare il Paese pur di non sottostare a limitazioni di censura.
In merito poi ai diritti umani ho trovato un rapporto di Amnesty International di Luglio 2010 che denuncia la persecuzione da parte del governo Cinese nei confronti di tre ambientalisti Tibetani.
La storia riportata, se non l’avessi trovata nel sito di Amnesty sembrerebbe inverosimile:
“Karma Samdrup, nominato "filantropo dell'anno" nel 2006 dalla televisione di stato cinese Cctv per il suo impegno nella salvaguardia dei fiumi, è stato condannato la scorsa a 15 anni di prigione con l'accusa di "incitamento al furto di reliquie culturali" dai cimiteri, accusa che era stata fatta cadere nel 1998.

Karma Samdrup era stato arrestato a gennaio, per aver sollecitato il rilascio dei suoi due fratelli, Rinchen Samdrup e Chime Namgyal , a loro volta arrestati nell'agosto 2009 dopo che la loro Organizzazione non governativa contro il bracconaggio e la deforestazione era stata minacciata per aver scoperto che degli ufficiali corrotti cacciavano illegalmente delle specie protette.
Rinchen Samdrup è stato condannato a cinque anni, a seguito di un processo sbrigativo per "incitamento alla separazione" e dopo essere stato detenuto senza processo per almeno un anno.
I processi sono risultati enormemente iniqui. Agli avvocati è stato ripetutamente negato l'accesso ai loro clienti e agli atti processuali.

Il terzo fratello, Chime Namgyal, sta scontando 21 mesi di "rieducazione attraverso il lavoro" impostigli senza processo, in base alle accuse di "danno alla stabilità sociale" per aver raccolto illegalmente informazioni sull'ambiente e la religione, e aver organizzato "petizioni irregolari'.


Ulteriori parenti dei tre fratelli e persino abitanti del loro villaggio sono stati presi di mira dalle autorità.”


Se inizialmente avevo accolto la notizia di sospensione temporanea della pena capitale come un segnale sincero di apertura, ora non ne sono più tanto convinta, ho quasi la sensazione che sia uno “specchio per le allodole” o una sorta di “spot pubblicitario” in favore del mondo occidentale.
Molte cose non mi sono chiare. Dalle notizie trovate qua è là non c’è stato capo di Stato Europeo e Statunitense che non abbia perorato e auspicato che la Cina cambiasse le proprie convinzioni politiche in materia di libertà e diritti umani.
Nonostante ciò, tutti quanti stanno “amoreggiando” con il potere economico di quella che sta diventando una superpotenza.
Se a oggi la Cina non è entrata a far parte dei paesi “occidentalizzati”, quelli che possono influire sulle decisioni mondiali, è proprio per quest’ assenza di diritti.
Questa manovra potrebbe far pensare che se questo tabù è caduto, probabilmente non c’è ragione di tenere la Cina lontana dall'invasione dei mercati. Quali motivazioni potrebbero avere oggi i paesi “Occidentalizzati” per limitare i rapporti commerciali, i contratti miliardari, la scalata alle borse, l'assalto all'economia? Ora stanno dimostrando di voler essere ragionevoli.
Come mai allora nessun risalto a questa notizia?
La sospensione della pena di morte però è a scadenza come le medicine: 24 mesi.
Non sarà che se si dovesse dare risalto alla notizia l’occidente poi si dovrebbe impegnare che essa sia mantenuta e perpetrata nel tempo, causando conflitto con i rapporti economici che si stanno intraprendendo?
Sicuramente il senso di raggiro che percepisco è solo una mia personale interpretazione, mi piacerebbe essere certa che è un vero segnale di sintonia, apertura e rispetto.
Tuttavia, questa notizia mi suggerisce una metafora: La Cina dimostra apertura e rispetto per i diritti umani come chi chiede scusa per il male volutamente procurato e che se in grado continuerà a fare; mentre il silenzio dell’occidente, la solita situazione di comodo per tenere le “capre e i cavoli”.