domenica 30 maggio 2010

IO STO CON EMERGENCY!







Per poter meglio seguire le vicende di Aprile e per dare il mio microscopico contributo a Emergency, da quei giorni, sono iscritta alla pagina Facebook dell’associazione.
L’iscrizione consente di ricevere sulla posta le news e le iniziative in anteprima.
Così il 26 Maggio trovo un messaggio:
“27 MAGGIO - DOMANI TORNO A CASA in vendita con IL FATTO QUOTIDIANO – Il DVD del film documentario di Emergency in edicola con il giornale il Fatto Quotidiano”
La trama: il frutto di due anni di riprese nel centro chirurgico in Afghanistan e nel centro di cardiochirurgia di Soba in Sudan.
Questo film non me lo voglio perdere, mi dico, domani mentre vado a lavorare devo assolutamente ricordarmi di passare in edicola.
Come consuetudine, il mattino successivo con la marcia automatica inserita , parto da casa e arrivo al mio posto di lavoro senza passare dall’edicola..
Fortuna che sulla mia scrivania, ormai da due anni, c’è la foto di Safira (la prima ragazzina Sudanese operata al cuore al Salam Centre di Soba) che mi ricorda il DVD.
Chiamo Loris, che deve ancora uscire da casa, gli chiedo di comprarmi il giornale con il DVD.
Fortunatamente si ricorda, così la sera , finita la cena , inserisco il dischetto nel mio PC .
“DOMANI TORNO A CASA” è la storia di due ragazzini: uno afghano, colpito da una mina alle mani, l’altro un profugo del Darfur in Sudan gravemente cardiopatico.
Il film segue le vicende di questi due protagonisti dal momento dell’incidente, nel primo caso, e dalla sofferenza della malattia, nel secondo, all’intervento e degenza nei centri Emergency fino alle dimissioni dall’ospedale.
Tutto questo senza trascurare il contesto esterno in cui queste due storie sono ambientate: le caotiche e pericolose strade di Kabul e le capanne di lamiera e fango dei campi profughi in Sudan.
Il film non ha una voce narrante, solo una colonna sonora e i dialoghi sottotitolati dei protagonisti.
L’emozione che trasmette arriva dalle immagini e da quelle conversazioni assolutamente essenziali.
Sapevo già che le strutture Ospedaliere di quest’associazione sono all’avanguardia rispetto anche a quelle cui siamo abituati, ma vedere Ospedali di quel genere in Paesi come l’Afghanistan e il Sudan è come vedere la Basilica di San Pietro in mezzo al deserto.
L’assoluta professionalità che trasmettono gli operatori sanitari in situazioni di dolore, violenza, impotenza e degrado, mi ha lasciato senza fiato. La Dottoressa in Afghanistan che deve convincere i genitori del ragazzino ad amputare completamente la mano! L’assistenza sia morale che fisica prestata a questo bimbo impaurito, trafigge l’anima come una lama.
In Sudan invece, c’è una mamma dignitosamente disperata per la sorte del figlio ma che non vuole arrendersi a perderlo. Chiede aiuto a tutto il villaggio per raccogliere fondi e operare il figlio.
Il villaggio si riunisce, ma anche vendendo tutto quel nulla che possiedono, non sono in grado di pagare l’intervento al cuore al ragazzo. Nel frattempo, Il Salam Centre è in costruzione e un operatore di Emergency si reca dalla famiglia, promettendo che se clinicamente possibile, opereranno il ragazzo gratis appena terminato l’ospedale. Chiedono solo che il villaggio sia disponibile a donare sangue, necessario per l’intervento.
Lo stupore di questa madre che accompagna il figlio al Salam Centre, quando entra la camera di degenza, addirittura con la doccia personale, è commovente; come lo è altrettanto la meraviglia che mostra quando le consentono di salutare il figlio, attraverso un monitor a circuito chiuso, dalla sala di rianimazione, dopo l’intervento.
In questa parte della storia ci sono anche le riprese effettuate in sala operatoria durante l’operazione.
Riconosco molte delle apparecchiature e dei dispositivi presenti che ho contribuito con il mio lavoro a far arrivare li.
Tra il 2006 e 2007 ho passato più di 6 mesi, quasi tutti i pomeriggi in contatto telefonico con gli operatori incaricati ad allestire le sale operatorie, per verificare con loro le liste dei dispositivi necessari.
Vederli utilizzati in quel contesto, seppur consapevole di essere stata una micro goccia nell’oceano, mi ha reso fiera ed orgogliosa.
Sono certa che questo resterà uno dei più bei ricordi della mia carriera professionale.
Tuttavia, ripensando ai fatti di Aprile, una considerazione mi nasce spontanea.
Trovo ingiustificabile il cinismo di quelle figure istituzionali che hanno cercato di screditare il lavoro di Emergency e del suo fondatore, cercando di manipolare i fatti per trarne politicamente vantaggio.
Non ho quasi per nulla il senso della patria ma sapere che Emergency, come tantissime altre associazioni è Italiana mi riappacifica con il mio Paese.
Sapere che molte persone, tutti i giorni, senza riflettori mediatici puntati, svolgono attività così ad alto livello umanitario, compensa largamente il disgusto che provo quando guardo il telegiornale.
Filmati come “Domani Torno a Casa” non possono essere divulgati solo attraverso un quotidiano.
Dovrebbero essere trasmessi sulle reti nazionali, essere materiale didattico per le scuole, organi deputati alla formazione degli uomini di domani.
Spesso sento dire che i giovani oggi non hanno modelli di riferimento, ma se nessuno gli mostra quelli giusti, non è poi così facile che li trovino. Continueranno a essere convinti che la strada per la realizzazione dell’individuo passa attraverso il mestiere di velina, calciatore o tronista e che la guerra in fondo è solo un videogame!
Anch’io appartengo a quelle generazioni che hanno avuto il grande privilegio di non vedere mai una guerra ma rispetto ai giovani di oggi ho usufruito della memoria storica dei miei genitori che l’hanno vissuta.
Mi auguro che chi avesse perso l’opportunità di acquistare il film in edicola, lo compri attraverso il sito ufficiale di Emergency e lo divulghi a più giovani possibile

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